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Archivio mensilemaggio 2014

Elasticitá muscolare e regimi di contrazione

In questo campo di forze, la gravità, solitamente occupa uno spazio maggiore. Le strutture muscolo-tendinee interagiscono con quest’ultima, attraverso le rispettive forze resistenti, per questo motivo si ricorre in modo appropriato alla terminologia anglosassone Resistance Training, che identifica certamente un aspetto gravitazionale piuttosto che di resistenza, più opportunamente chiamata Endurance, se si vuole intendere un impegno di un sistema a tempo prolungato. In ogni semplice azione muscolare, si vengono a creare delle componenti vettoriali specifiche alle catene motorie coinvolte, che inducono degli stimoli atti a elaborare informazioni di carattere metabolico ma soprattutto meccanico(1).
Una perturbazione di carattere meccanico-elastico è la considerazione di base, in seguito al comportamento del muscolo nei rispettivi regimi di contrazione. La struttura in questo caso, come tutti i materiali in natura conserva della capacità elastica sulla base delle variabili forza\tempo. Le variazioni subite sono elaborate in maniera autonoma da ogni elemento strutturale, nel senso che non esiste omogeneità elastica in tessuto. Nella contrazione, quindi, la parte connettivale, i tendini, e le proteine motrici già note, avranno tutte una funzione elastica differente(2).
Nel muscolo si trovano due materiali elastici differenti: la parte contrattile dell’actina e miosina e la parte connettivale delle membrane e dei tendini.
Per quanto concerne la parte contrattile del muscolo questa potrà solo contrarsi e rilasciarsi, il suo coefficiente di elasticità è molto alto e più che in modificazioni strutturali permanenti è interessata e implicata negli innalzamenti del tono muscolare, caposaldo della postura e delle funzioni che rievocano altre strutture periferiche, come motoneuroni, gangli e nervi spinali.
Le parti connettivali, invece, avendo un coefficiente di elasticità minore, potranno rimanere accorciate o allungate in maniera proporzionale alla forza, alla durata e alla frequenza dello stimolo loro applicato.
Nel muscolo, pertanto, vengono a trovarsi due materiali elastici differenti: la parte contrattile dell’actina e miosina e la parte connettivale delle membrane e dei tendini.
Schematicamente gli elementi elastici connettivali del muscolo sono divisi in due:

Elementi elastici in serie EES sono costituiti dai tendini e dai loro prolungamenti all’interno del ventre muscolare.

Elementi elastici in parallelo EEP sono costituiti dal sarcolemma (membrana connettivale che ricopre le miofibrille e da altre membrane connettivali e da tessuto connettivo interposto).
L’azione dei primi è di “ammortizzare”, durante la contrazione muscolare, le sollecitazioni prodotte, sia quando un muscolo si accorcia, sia quando si rilascia. Inoltre, la presenza di strutture protettive come gli organi tendinei del Golgi, impedisce la lesione degli EES, inducendo rilasciamento muscolare quando la tensione diventa eccessiva per evitare il completo stiramento. Un successivo vantaggio offerto da queste strutture è di restituire l’energia accumulata, come una molla, in base alla loro elasticità.
L’azione degli EEP invece è quella di ” smorzare” le sollecitazioni prodotte dagli stiramenti riducendo le resistenze. Questi elementi, insieme ai fusi neuromuscolari e agli organi tendinei del Golgi, svolgono un’azione di protezione esterna e interna del muscolo stesso, ma questa è già storia.
A fine contrazione, quindi, tutte le parti connettivali avranno subito una modificazione di tipo compressivo e la loro sommatoria determina l’accorciamento residuo del muscolo.
Il muscolo quindi, agisce come una forza compressiva e non è in grado, autonomamente, di allontanare le proprie inserzioni.Per questo diventa discutibile, identificare il regime di contrazione isotonico, differenziando il ciclo concentrica-eccentrica, poiché anche nelle contrazioni di tipo eccentrico la porzione contrattile lavora comunque in compressione.Si potrebbe quindi definire la contrazione eccentrica come una sommatoria di contrazioni isometriche pulsanti, eseguite a diversa intensità, in un dato intervallo di tempo(3).

Conclusioni

Le contrazioni muscolari con avvicinamento delle inserzioni e le isometriche non in massimo allungamento fisiologico o relativo, in funzione della forza tempo di contrazione, produrranno una perdita della lunghezza del muscolo a carico delle strutture connettivali ed un aumento del tono basale a carico della porzione contrattile.
A livello scheletrico, la conseguenza sarà che le ossa su cui i muscoli s’inseriscono subiranno progressivamente delle forze vettoriali di trazione, tali da modificarne la fisiologica sequenzialità, poiché è alterato il sistema tonico posturale, inducendo a un dispendio energetico supplementare, addirittura con conseguenze metaboliche.
A livello muscolare, il progressivo accorciamento della parte connettivale e l’aumento del tono basale della parte contrattile, determinano l’aumento della forza resistente del muscolo, ma al contempo ne diminuiscono la capacità di Lavoro (forza per spostamento) e di potenza (il lavoro prodotto nell’unità di tempo).
Nell’intero percorso atletico, è importantissimo allegare alle fasi di allenamento, tutti i regimi di contrazione per impedire prima di tutto i traumi, globalizzare il movimento, escludendo il concetto di singolarità delle catene o comunque l’enfasi di specifiche capacità. Nel campo del RT, e nello specifico nel bodybuilding, l’esclusione di questi fattori è un apripista ai processi degenerativi della parte connettivale. Non a caso si suggerisce di ricorrere, nella possibilità fisiologica sub-massimale, all’allungamento di tutta la struttura. L’utilizzo di elastici, tanto in voga nell’esplosione dell’allenamento funzionale, offre una resistenza variabile in funzione della lunghezza, al crescere dell’estensione, cresce la necessità di accorciare le unità isto-funzionali, (i sarcomeri), una proprietà della contrazione auxotonica: sottovalutata nella funzione, sopravvalutata nell’aspetto commerciale (fig. 1). Da queste considerazioni sarebbe opportuno rivedere il concetto di allenamento funzionale, giammai legato a un’accozzaglia enciclopedica di esercizi bizzarri, invece subordinato alle numerose scienze e conoscenze da approfondire, prima di argomentarlo.

Bibliografia
1. Massaroni Filippo. Passo dopo passo, peso dopo peso Parte 1. Cultura Fisica. 2013

2. Perrotta Francesco . Chinesiologia. Le basi scientifiche del movimento umano. Ed. Ellissi, 15-17, 2003

3. Lastrico Mauro. Biomeccanica muscolo-scheletrica e metodica Mézières. Ed. Marrapese, 10-14, 2009

Squat o Leg-press

Opinione A (pro-squat) A tale quesito, l’esperienza maturata negli anni, suggerisce che è lo squat. Questa posizione è contrastata da molti. La maggior parte dei contrari, come migliore esercizio indicano la pressa. Punto primo Nello squat, la possibilità di compiere un range di movimento completo lo rende ineguagliabile specie negli sport specifici. Infatti, in questi agli arti inferiori è richiesto un arco totale di movimento e un elevato livello di forza in ogni grado dello stesso. La corretta esecuzione prevede una flessione ed una estensione completa della gamba ed una flesso-estensione totale dell’anca. Di contro, nell’arco di lavoro al leg-press è possibile ottenere una buona flessione ed estensione della gamba, ma l’estensione dell’anca è incompleta. Tale modalità ridimensiona l’arco di movimento e quindi di beneficio. ! Punto secondo Lo squat, se eseguito in modo corretto, risulta molto sicuro per gli atleti. Chi propone la pressa, indica questo come esercizio più sicuro, ma una analisi attenta evidenza un’altra realtà . Infatti, pur dando la possibilità di sviluppare notevoli livelli di forza, espone la bassa schiena ,esclusa dal potenziamento, ad elevati rischi. La pressa non richiede bilanciamento, e la forza prodotta per muovere la slitta è trasferita dal sedile alla pedana stando supini. Il completo supporto per la parte superiore del corpo, comporta l’assenza d’intervento da parte della stessa sezione. Viene così a mancare la stabilità per la bassa schiena e per l’anca. Durante movimenti sportivi, la forza generata dalle gambe è trasferibile al terreno in modo massimale solo se si utilizza l’intero corpo. L’uso della pressa può soltanto predisporre la bassa shiena, l’anca e le ginocchia ad infortuni in quanto manca la stabilizzazione dell’intera parte centrale del corpo. In modo opposto, lo squat richiede un notevole bilanciamento di tutte le componenti della catena cinetica. La forza è trasferita al suolo utilizzando in egual misura entrambi gli arti e mettendo in moto i muscoli della parte superiore del corpo. Tuttavia, è bene tener presente che la colonna vertebrale deve, mantenendo le sue fisiologiche curve, in tutto l’arco del movimento essere il più possibilmente vicina alla perpendicolare al terreno. Tale condizione è d’importanza fondamentale affinché il busto generi il minor braccio di leva sulla bassa schiena. Se così non fosse, i muscoli paravertebrali sarebbero impegnati isometricamente, aumentando la fisiologica lordosi lombare, irrigidendola ed aumentando la probabilità d’infortuni. Si deve porre attenzione non affidandosi soltanto alle sole buone intensioni. Lo squat risulta pertanto l’esercizio più importante nello sviluppo della forza da trasferire successivamente ed applicare nelle varie attività sportive specifiche. In queste, l’esecuzione di squat migliora il trasferimento di forza al suolo, requisito determinante nelle prove fisiche, riducendo contemporaneamente le possibilità d’incorrere in infortuni. Un consiglio che mi sento di dare è quello di imparare correttamente il movimento a corpo libero o con il bilanciere vuoto, aumentando il sovraccarico successivamente. E’ un movimento che vi accompagnerà per tutta la vostra carriera atletica: per questo dovrebbe essere esclusa anche come ipotesi la fretta. Per gli atleti, lo squat resta un’esercizio insostituibile, sia per l’aumento rilevante dei livelli di forza, sia per l’adattamento ad elevati carichi di lavoro che per la prevenzione degli infortuni. Opinione B (pro-leg-press) Uno degli obiettivi principali nella prescrizione di un protocollo allenante, resta l’incolumità e la qualità degli esercizi. Gli infortuni possono verificarsi in tutti gli esercizi se eseguiti in modo improprio. Tuttavia, scegliere l’esercizio giusto può, all’interno di un protocollo allenante, fare la differenza tra la possibilità d’infortunarsi e la probabilità di raggiungere i massimi benefici. A riguardo delle esercitazioni che impegnano la parte bassa del corpo, controversie ci sono tra la pressa e l’accosciata. In merito a ciò, vertono molte discussioni. La mia posizione è che entrambi gli esercizi migliorano la forza delle cosce e le performance. Inoltre, al fine di migliorare la stabilità delle ginocchia e del bacino , entrambi vengono adoperati nei programmi di riabilitazione. Tuttavia, per la popolazione in generale, lo squat non risulta sicuro come la pressa. L’incolumità deve essere la base dell’allenamento. Il livello ed i sistemi di sicurezza adoperati dalle case costruttrici di attrezzi, oramai hanno raggiunto livelli elevati. In maniera contrapposta, nell’esecuzione dell’accosciata è facile commettere errori. Durante lo squat, un bilanciamento improprio può generare severi danni. Ricerche indicano che un alto numero di soggetti, mostra difficoltà nel tenere il piede a completo contatto con il suolo. Questa situazione si verifica anche per i novizi ed è altamente rischiosa. Nondimeno, molte ricerche indicano che la pressa può produrre i medesimi benefici dell’accosciata, sulle cosce, riducendo le probabilità d’incorrere in infortuni. La pressa è e resta un esercizio sicuro. Questo produce effetti positivi, sia quando l’obiettivo è l’aumento dei livelli di forza e massa , sia quando il recupero funzionale. Inoltre è di facile esecuzione. Quando si vuol somministrare un esercizio sicuro ed efficace per la parte inferiore del corpo, nulla è meglio della pressa, pertanto la scelta deve ricadere su questo esercizio. Non tutte le presse sono uguali e va assicurata la possibilità di facile posizionamento dell’anca sulla verticale della caviglia. Un uso non secondario della pressa consiste nell’alternarlo allo squat. Il carico sui dischi intervertebrali se facilmente assorbito con valori di resistenze intorno al peso personale dell’atleta lo diviene molto meno con pesi del doppio ed oltre . Il fatto che molti atleti di livello alternino sedute di pressa con sedute di squat danno una aggiunta di valore positivo a questo splendido attrezzo.

La storia del testosterone

Il primo giugno 1889 l’eminente tisiologo francese Charles Edouard Brown-Séquard

annunciò alla Société de Biologie di Parigi di aver scoperto una terapia per il

ringiovanimento del corpo e della mente. Il settantaduenne professore riferì di avere

drasticamente contrastato il proprio declino inoculandosi un estratto ottenuto dai

testicoli di cani e cavie. Queste iniezioni, spiegò al pubblico, avevano incrementato

la sua forza fisica e il suo vigore intellettuale, alleviato la stipsi di cui soffriva e

persino facilitato la minzione. Quasi tutti gli esperti, compresi alcuni contemporanei

di Brown-Séquard, concordano sul fatto che questi effetti positivi fossero indotti

soprattutto dalla suggestione, benché Brown-Séquard sostenesse il contrario. Tuttavia

egli aveva ragione nel-l’ipotizzare che le funzioni dei testicoli potessero essere

potenziate o ripristinate introducendo nell’organismo le sostanze normalmente

secrete da queste ghiandole. La sua grande idea fu dunque quella di porre l’ipotesi

della «secrezione endogena» – avanzata inizialmente (nel 1855) da un altro ben noto

fisiologo francese, Claude Bernard – alla base di una tecnica organoterapeutica

cosiddetta di «integrazione». L’intuizione di Brown-Séquard, secondo il quale sostanze

secrete dall’organismo potevano fungere da regolatori fisiologici (denominati

ormoni nel 1905), fa di lui uno dei fondatori dell’endocrinologia moderna. Questa

scoperta avviò un’epoca di trattamenti ormonali sempre più perfezionati, culminata

nel 1935 con la sintesi del testosterone, il principale ormone maschile prodotto

dai testicoli. Da allora il testosterone e i suoi principali derivati, gli steroidi anabolizzanti

androgenici, hanno condotto una strana doppia vita. A partire dalla fine degli

anni cinquanta, numerosi atleti e praticanti di body building hanno assunto queste

sostanze per incrementare la massa muscolare e intensificare i programmi di allenamento.

Negli ultimi 25 anni questa pratica è stata ufficialmente vietata, eppure

alimenta internazionalmente un giro di affari clandestino da un miliardo di dollari.

Che i derivati del testosterone svolgano da molto più tempo varie funzioni terapeutiche

in applicazioni cliniche perfettamente legali è forse meno noto.

Il sollevatore di pesi Vasilij Stepanov durante un allenamento, nel 1955. Molti atleti sovietici di questa disciplina cominciarono

ad assumere prodotti a base di testosterone per potenziare le prestazioni muscolari prima che questa pratica fosse adottata dai loro

avversari statunitensi. Ai Campionati mondiali del 1954 il medico della squadra sovietica riferì a John Ziegler, suo omologo americano,

l’efficacia di queste sostanze. Ziegler le sperimentò allora su se stesso e su diversi atleti statunitensi.

Cinquant’anni fa, in effetti, si pensava che il testosterone potesse diventare una

terapia comune per contrastare il declino degli anziani, ma per diversi motivi esso

non assunse mai il ruolo di farmaco di largo impiego. Molti medici si preoccupavano

tra l’altro degli effetti collaterali virilizzanti che tali sostanze spesso causavano

quando venivano somministrate alle donne. Tra questi effetti vi erano, per

esempio, l’abbassamento del timbro vocale e l’irsutismo. Oggi, tuttavia, è evidente

come gli impieghi «legali» e «illegali» del testosterone si stiano sempre più sovrapponendo.

Sono in corso ricerche più approfondite sui rischi e i Charles

tdouard Brown-Séquard, fisiologo francese benefici clinici degli ste-del XIX secolo,

affermò di essere riuscito ad arrestaroidi anabolizzanti andro-re il proprio declino

fisico grazie all’inoculazione di genici. Molti stanno stu-«estratti testicolari».

Queste iniezioni non potevano diando la gravità di alcuni realmente ringiovanirlo,

come egli dichiarava, ma effetti a breve termine che per questa sua presunta scoperta

egli può essere consono stati riportati, come siderato tra i fondatori dell’endocrinologia

moderna. aumento dell’aggressività, diminuzione della funzionalità epatica

e problemi riproduttivi. E alcuni medici stanno attualmente somministrando

trattamenti a base di testosterone a un numero sempre crescente di uomini anziani

per conservarne la forza fisica, la libido e il senso di benessere. Il nostro scopo in

questo articolo è quello di descrivere la storia in gran parte dimenticata delle terapie

a base di ormoni maschili e di dimostrare come non sia remota la prospettiva di

poter somministrare trattamenti a base di testosterone a milioni di individui.

L ‘organoterapia

Brown-Séquard fornì gratuitamente campioni del suo liquide testiculaire a tutti i

medici che volessero sperimentarlo. Questa offerta diede origine a un’ondata di

esperimenti in tutto il mondo, miranti a curare una gamma molto ampia di patologie,

fra cui la tubercolosi, il cancro, il diabete, la paralisi, la gangrena, l’anemia,

l’aterosclerosi, l’influenza, la malattia di Addison, l’isteria e l’emicrania. Questa

nuova scienza basata sugli estratti animali aveva le proprie radici in una credenza

primitiva che, secondo il principio espresso dalla locuzione similia simili-bus curantur,

vedeva la cura di ogni organo nell’impiego di derivati di un organo omologo.

Per molti secoli, fin dal-l’antichità, i medici avevano prescritto l’ingestione di

tessuto cardiaco umano

o animale per stimolare il coraggio, di materia cerebrale per curare l’idiozia e di

una schiera piuttosto disgustosa di altre parti e secrezioni organiche – fra cubile,

sangue, osso, penne, feci, corna, intestino, placenta e denti – per alleviare i disturbi

più vari. Gli organi sessuali e le loro secrezioni avevano un posto d’onore in questa

bizzarra galleria terapeutica. Gli antichi egizi attribuivano poteri medicinali ai testicoli,

e Plinio il Vecchio riferisce del-l’uso, a scopo di rinvigorimento sessuale,

del pene di asino intriso d’olio o di quello di iena coperto di miele. L’ iiyurveda di

Sugruta raccomanda l’ingestione di tessuto testicolare come trattamento per l’impotenza.

Johannes Mesuè il Vecchio (777-857 d.C.) prescrive un tipo di estratto testicolare

come afrodisiaco. La Pharmacopoea Wirtenbergica, un compendio di rimedi

pubblicato in Germania nel 1754, consiglia l’uso di testicoli di cavallo e di organi

copulatori di animali marini. Queste stranezze terapeutiche sono significative

perché testimoniano l’incapacità, sia degli antichi sia dei moderni, di separare, per

quanto riguarda la sfera del sesso, il mito dalla realtà biologica. Due dei ricercatori

ispirati dal lavoro di Brown-Séquard furono il fisiologo austriaco Oskar Zoth e il

suo compatriota Fritz Pregi, un medico che si dedicò in seguito alla chimica analitica

e fu insignito del premio Nobel nel 1923. In un’epoca in cui la fisiologia dello

sport era ai suoi albori, questi studiosi si chiesero se gli estratti testicolari potessero

aumentare la forza muscolare e forse anche migliorare le prestazioni atletiche. Essi

si inocularono un estratto liquido di testicoli di toro e poi misurarono la forza del

dito medio. Un ergografo di Mosso serviva a registrare la «curva di affaticamento»

in ogni serie di esercizi.

LE SCIENZE n. 320, aprile 1995 Annunci pubblicitari che vantavano l’efficacia di prodotti a base di ormoni maschili

apparvero per molti anni sulle riviste mediche statunitensi. Il primo a destra di quelli qui mostrati, apparso sul

«Journal of the National Medical Association>.

Un articolo di Zoth del 1896 concludeva che l’estratto «orchitico» aveva migliorato

sia la forza muscolare sia le condizioni dell’«apparato neuromuscolare». Oggi la

maggior parte degli scienziati affermerebbe che si trattava di effetto placebo, una

possibilità che i due sperimentatori considerarono e respinsero. Tuttavia la frase

conclusiva dell’articolo «L’allenamento atletico offre un’opportunità per ulteriori

ricerche in questo settore e per una valutazione pratica dei nostri risultati sperimentali

» – riveste una certa importanza storica, in quanto per la prima volta veniva proposto

di inoculare ad atleti una sostanza ormonale. La popolarità crescente di questi

estratti spinse altri scienziati a cercarne il principio attivo. Nel 1891 il chimico

russo Aleksandr von Poehl identificò i cristalli di fosfato di spermina osservati per

la prima volta nello sperma umano dal microscopista Anton van Leeuwenhoek nel

1677 e poi da svariati scienziati europei fra il 1860 e il 1880. Poehl affermò correttamente

che la spermina è presente nei tessuti di individui di entrambi i sessi e

concluse che essa aumenta l’alcalinità del sangue, potenziandone così la capacità di

trasportare ossigeno.

Si trattava di un’osservazione interessante, in quanto l’emoglobina si associa facilmente

all’ossigeno in un ambiente leggermente alcalino e se ne distacca quando

il pH è lievemente acido. La conclusione era tuttavia scorretta, dato che nessuna

sostanza chimica media il legame dell’ossigeno con l’emoglobina. Nonostante ciò,

Poehl riteneva di aver approfondito il lavoro di Brown-Séquard in quanto, se la

spermina accelerava effettivamente il trasporto di ossigeno, allora poteva essere

considerata una sostanza «dinamogenica», dotata di potenzialità illimitate di accrescere

la vitalità dell’organismo umano. In realtà, la funzione della spermina è rimasta

sconosciuta fino al 1992, quando Ahsan U. Khan della Harvard Medical School

e colleghi proposero che essa contribuisse a proteggere il DNA dagli effetti nocivi

dell’ossigeno molecolare.

Trapianti di testicoli

Nel periodo fra la teoria della spermina e la sintesi del testosterone, avvenuta due

decenni dopo, un’altra terapia basata sulle ghiandole riproduttive fece la sua comparsa

in letteratura medica e arricchì alcuni dei suoi sostenitori. Il trapianto di materiale

testicolare animale e umano in pazienti affetti da danni o disfunzioni dell’apparato

riproduttivo fu introdotto a quanto pare nel 1912, quando due medici di

Filadelfia trapiantarono un testicolo umano in un paziente, con «apparente successo

tecnico» come riferì in seguito un altro sperimentatore. Un anno dopo Victor D.

Lespinasse di Chicago prelevò un testicolo da un donatore anestetizzato, ne ricavò

tre sezioni trasversali e le innestò in un paziente che aveva perduto entrambi i testicoli.

Quattro giorni dopo «il paziente ebbe una forte erezione accompagnata da un

intenso desiderio sessuale. Insistette nel voler lasciare l’ospedale per soddisfare

questo impulso». Due anni dopo, la capacità sessuale di questo paziente era ancora

intatta e Lespinasse parlò di un intervento clinico «assolutamente riuscito». Il più

audace di questi chirurghi fu Leo L. Stanley, medico del carcere di San Quentin in

California. Stanley aveva a disposizione una popolazione ampia e stabile di donatori

di testicoli e di ansiosi beneficiari. Nel 1918 egli cominciò a trapiantare testicoli

prelevati da condannati appena giustiziati in detenuti di diverse età, parecchi dei

quali riferirono di aver recuperato la potenza sessuale. Nel 1920 la «scarsità di materiale

umano», come scrisse Stanley, lo spinse a utilizzare testicoli di montone,

cervo e cinghiale, che sembravano funzionare ugualmente bene. Egli eseguì centinaia

di interventi, e le testimonianze favorevoli gli portarono molti pazienti in cerca

di un trattamento per le patologie più varie: senilità, asma, epilessia, diabete,

impotenza, tubercolosi, paranoia, gangrena e altre ancora. Non avendo riscontrato

alcun effetto nocivo, egli concluse che «la sostanza testicolare animale iniettata nel

corpo umano esercita effetti evidenti» e in particolare «allevia dolori di origine

sconosciuta e promuove il benessere fisico». Questi esercizi di organoterapia primitiva

erano al confine fra la scienza medica seria e la ciarlataneria. I lavori di

Stanley, per esempio, erano considerati abbastanza rispettabili da venire pubblicati

nella rivista «Endocrinology». Come Brown-Séquard, però, anch’egli si lamentava

dei «ciarlatani che promettono la virilità perduta» e dei «bucanieri della medicina»

che navigavano «il mare inesplorato della ricerca» quasi alla cieca e che talvolta

perseguivano più il puro guadagno che il progresso scientifico. Tuttavia lo stesso

Stanley eseguiva interventi senza esitazione e si lasciava convincere da dati assai

ambigui. E i controversi trapianti di «ghiandole di scimmia» eseguiti da Serge Voronoff

negli anni venti fruttarono a questo chirurgo franco-russo una considerevole

fortuna. In una monografia retrospettiva lo storico della medicina David Hamilton

sostiene che Voronoff fosse sincero, considerando che a quell’epoca l’endocrinologia

era un campo nuovo e i comitati per la bioetica erano una rarità. Sebbene le riviste

mediche pubblicassero regolarmente ammonimenti contro i «fabbricanti di

miracoli», i «dosaggi multighiandolari fatti a casaccio» e le «stravaganti avventure

terapeutiche», esprimevano anche un certo cauto ottimismo. Considerate le limitate

conoscenze e le tentazioni terapeutiche del tempo, sembra opportuno definire simili

trattamenti come medicina d’avanguardia piuttosto che come frodi.

L’isolamento del testosterone

Prima che Stanley e colleghi iniziassero a eseguire operazioni di trapianto, altri

scienziati avevano cominciato a cercare una specifica sostanza avente proprietà androgeniche.

Nel 1911 A. Pézard scopri che la cresta di un cappone cresceva in misura

proporzionale alla quantità di estratti testicolari animali che gli venivano inoculati.

Nei due decenni successivi vennero utilizzati questi e analoghi esperimenti

su animali per determinare gli effetti androgenici di varie sostanze isolate da grandi

quantità di testicoli animali o di urina umana. La ricerca entrò nelle sue fasi finali

nel 1931, quando Adolf Butenandt riuscì a ricavare 15 milligrammi di androsterone,

un ormone maschile non testicolare, da 15 000 litri di urina fornita dai membri

del corpo di polizia. Negli anni successivi, diversi ricercatori dimostrarono che i

testicoli contenevano un fattore androgenico più potente di quello presente nell’urina:

il testosterone. Tre gruppi di ricerca, finanziati da in dustrie farmaceutiche in

competizione, si sforzarono di essere i primi a isolare l’ormone e pubblicare i loro

risultati. Il 27 maggio 1935, Karoly Gyula David, Ernst Laqueur e colleghi, finanziati

dal la Organon di Oss (una società olandese della quale Laqueur era da tempo

consulente scientifico), presentarono una memoria ormai classica intitolata Sul-

I ‘ormone maschile cristallino dei testicoli (testosterone). Il 24 agosto una ri

vista scientifica tedesca ricevette da Butenandt e G. Hanisch, che lavorava

no per la società Schering di Berlino, un articolo che descriveva «un metodo per

preparare il testosterone dal coleste rolo». Infine, il 31 agosto la redazione di

«Helvetica Chimica Acta» ricevette l’articolo Sulla preparazione artificiale

del-l’ormone testicolare testosterone (androstene-3-one-17-olo) di Leopold Ru-

Z. iela e A. Wettstein, che annunciava una richiesta di brevetto a nome della Ciba.

Nel 1939 Butenandt e Ridi ela condivisero il premio Nobel per la chimica per questa

scoperta. La lotta per conquistare il mercato del testosterone sintetico era cominciata.

Nel 1937 la sperimentazione clinica sul-l’uomo era già in corso, con l’impiego

di iniezioni di propionato di testosterone, un derivato del testosterone a liberazione

lenta, nonché di dosi orali di metiltestosterone, che nell’organismo viene

metabolizzato più lentamente del testosterone. Questi esperimenti erano inizialmente

casuali e non regolati quanto i metodi più primitivi che si servivano di

estratti o trapianti testicolari. Nella sua prima fase, tuttavia, la terapia con il testosterone

sintetico era riservata soprattutto al trattamento di uomini affetti da ipogonadismo,

per consentire loro di sviluppare pienamente o mantenere i caratteri sessuali

secondari, e a coloro che soffrivano di un non ben definito «climaterio maschile

» che includeva l’impotenza.

Testosterone, donne e sport

I primi prodotti sintetici a base di testosterone vennero utilizzati anche su diverse

patologie femminili, come menorragia, disturbi dolorosi della mammella, dismenorrea

e tumori della mammella provocati da estrogeni, sulla base del fatto che il

testosterone neutralizza gli estrogeni. Da circa un secolo si sa che in alcune donne

l’alterazione del-ormonale può provocare la regressione di un tumore metastatico

della mammella. Oggi si ritiene che circa un terzo di tutte le donne con tumori della

mammella abbia neoplasie «ormonodipendenti»; la terapia con androgeni è il secondo

o terzo trattamento di elezione per donne che abbiano superato la menopausa

e siano affette da tumore della mammella in fase avanzata. Invece i trattamenti

con androgeni degli anni quaranta venivano somministrati a donne di tutte le età, in

un’epoca in cui il meccanismo della loro azione antitumorale era ancor meno compreso

di quanto sia oggi. Un’osservazione clinicamente valida di questo periodo,

tuttavia, riguarda il fatto che gli androgeni potevano alleviare il dolore, aumentare

l’appetito e il peso corporeo e dare una sensazione di benessere anche se non riuscivano

ad arrestare la crescita tumorale. Trattando donne con il testosterone si

scoprì che gli androgeni potevano rinnovare o intensificare la libido femminile nella

maggior parte delle pazienti. Un ricercatore riferì nel 1939 che l’applicazione

quotidiana di un unguento a base di testosterone aveva ingrossato la clitoride di

una donna sposata mettendola in grado di raggiungere l’orgasmo. Più comunemente,

per ottenere simili effetti, si usavano sferule sottofasciali e iniezioni, e le dosi

massicce somministrate ad alcune pazienti affette da cancro della mammella raramente

mancavano di accentuare i loro impulsi sessuali. L’uso del testosterone per

potenziare la risposta sessuale nella donna non divenne mai, tuttavia, una terapia

standard. Attualmente sembra che solo un piccolo numero di medici statunitensi, e

una proporzione maggiore in Gran Bretagna e in Australia, impieghi gli androgeni

a questi scopi. Come abbiamo detto, la terapia a base di testosterone non divenne

mai comune anche a causa di taluni effetti collaterali. Allora, come oggi, per alcune

pazienti l’accentuarsi degli impulsi sessuali era emotivamente perturbante e sgradito.

L’ostacolo più importante alla generalizzazione della terapia a base di testosterone,

però, era il fatto che i medici desideravano uno steroide anabolizzante che

non producesse effetti mascolinizzanti sulle pazienti, quali una voce più profonda e

roca, villosità sul viso e sul corpo e ingrossamento della clitoride. Sebbene non tutti

gli specialisti fossero allarmati da questi sintomi, le loro differenti valutazioni,

soprattutto riguardo alla possibile irreversibilità degli effetti, portarono ad accesi

dibattiti. L’idea che il testosterone potesse contrastare gli effetti degli estrogeni

condusse all’impiego di questo ormone come terapia per l’omosessualità maschile

(un obiettivo già proposto nei primi anniventi dai sostenitori deitrapianti). «È chiaramente

evidente che i livelli di estrogeni sono più alti negli omosessuali» scriveva

nel 1940 un gruppo di ricerca su «Endocrinology», concludendo che «l’omosessuale

costituzionale ha un chimismo degli ormoni sessuali differente da quello del maschio

normale». Nel 1944 un altro gruppo descrisse «una serie di sperimentazioni

cliniche di organoterapia» che coinvolgeva «omosessuali dichiarati che avevano

richiesto il trattamento per varie ragioni». Con espressione dal sapore alquanto

orwelliano, essi rivelarono che quattro dei soggetti avevano «accettato l’organoterapia

sotto costrizione», per ingiunzione del tribunale in un caso e per ordine dei

genitori negli altri tre. L ‘organoterapia, che non prevedeva la somministrazione di

placebo a un gruppo di controllo, fu un fallimento. In effetti, dato che cinque soggetti

avevano osservato un potenziamento degli impulsi sessuali, i ricercatori conclusero

che probabilmente «la somministrazione di androgeni a omosessuali attivi

(o aggressivi) sembra intensificarne regolarmente l’impulso omosessuale» anziché

ridurlo. Tuttavia nemmeno questo ostacolo parve spegnere totalmente il loro furor

therapeuticus. «In casi favorevoli – scrissero i risultati sono troppo buoni per sollevare

un ingiustificato pessimismo sul valore del trattamento.» Sempre durante gli

anni quaranta, alcuni scienziati scoprirono che il testosterone poteva facilitare lo

sviluppo del tessuto muscolare. Charles D. Kochakian, un pioniere della ricerca

sugli ormoni sintetici, riferiva, già nel 1935, che gli androgeni stimolano i processi

proteici anabolici, aprendo la possibilità che la terapia con androgeni potesse rigenerare

le proteine nei tessuti e stimolarne la crescita in pazienti affetti da una grande

varietà di patologie. Nella letteratura medica dei primi anni quaranta si discusse

spesso della correlazione fra androgeni e sviluppo muscolare e si speculò sull’impiego

di queste sostanze per potenziare le prestazioni atletiche. Un gruppo di ricercatori

decise nel 1941 di studiare se la resistenza dell’uomo al lavoro muscolare poteva

essere incrementata dal testosterone e ottenne risultati positivi. Nel 1944 un

altro scienziato si chiese se la riduzione della potenza muscolare con l’età poteva

venire rallentata quando la concentrazione di ormoni sessuali veniva mantenuta artificialmente

a livello elevato. Lo scrittore Paul de Kruif divulgò molte di queste

osservazioni in The Male Hormone, pubblicato nel 1945. Questo libro ebbe grande

successo e contribuì forse a promuovere l’uso di testosterone fra gli atleti. Sembra

chc negli Stati Uniti alcuni praticanti di body building della West Coast abbiano

cominciato a sperimentare preparazioni a base di testosterone alla fme degli anni

quaranta e all’inizio degli anni cinquanta. Voci sull’efficacia di queste sostanze si

diffusero all’inizio degli anni sessanta negli ambienti di altri sport basati sulla potenza

muscolare, come le discipline di lancio nell’atletica leggera e il football americano.

Negli ultimi trent’anni l’impiego degli steroidi anabolizzanti si è esteso ad

altri sport olimpici, fra cui l’hockey su ghiaccio, il nuoto, il ciclismo, lo sci, la pallavolo,

la lotta, la pallamano, il bob e il calcio. L’uso di steroidi è ben documentato

tra gli atleti dilettanti o semidilettanti. Del milione di consumatori di steroidi stimato

negli Stati Uniti, molti assumono queste sostanze per il body building. I programmi

antidoping destinati a reprimere l’uso di steroidi nello sport si sono dimostrati

altamente inefficaci fin da quando furono introdotti negli anni settanta. Le

analisi spesso non sono abbastanza sensibili per cogliere in fallo i consumatori e

molti atleti di primo piano e funzionari sportivi corrotti hanno imparato a eludere i

controlli.

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Ma i rischi non vanno sottovalutati

Gli steroidi anabolizzanti esercitano effetti simili a quelli G dell’ormone maschile

testosterone con il vantaggio che gli effetti tipicamente mascolinizzanti (alterazione

della voce, distribuzione dei peli eccetera) possono essere minimizzati manipolando

opportunamente la struttura chimica della molecola. Le due principali

azioni che spiegano il largo uso degli steroidi anabolizzanti sono, da un lato, il

considerevole aumento delle masse muscolari e, dall’altro, un atteggiamento psichico

molto positivo nei confronti di se stessi, con un notevole aumento della competitività,

dell’aggressività e, in generale, della motivazione al lavoro strenuo.

Si stima che negli Stati Uniti almeno un ragazzo su 15 faccia uso di steroidi anabolizzanti,

per cui si calcola che almeno 500 000 adolescenti assumano regolarmente

queste sostanze. La principale motivazione addotta è il miglioramento della

prestazione fisica in qualche sport, mentre solo nel 25 per cento dei casi lo scopo è

quello di migliorare l’aspetto fisico. Dal punto di vista atletico, non esistono dubbi

sul fatto che l’aumento delle masse muscolari migliori le prestazioni in prove che

richiedono grande potenza (corse veloci, salti, lanci, sollevamento pesi eccetera).

Naturalmente, un aumento della massa muscolare si ottiene seguendo una dieta

molto ricca in amminoacidi, necessari alla sintesi delle proteine muscolari. Un altro

effetto degli androgeni anabolizzanti è la riduzione del grasso corporeo. Non

sono dimostrabili miglioramenti di prestazioni nelle prove di resistenza, essendo

queste legate principalmente alla funzionalità cardiovascolare e non alla forza sviluppata

dai muscoli. Ma, anche in questo tipo di competizioni, un atteggiamento

psichico di maggior competitività e aggressività può risultare comunque utile.

Molti ciclisti professionisti si servono di farmaci antiasmatici che contengono steroidi

di sintesi, anche se l’asma non sembra di certo una patologia comune in questa

categoria di sportivi. Quindi non esistono dubbi sul fatto che, dal punto di vista

puramente sportivo e dell’immagine fisica, gli steroidi di sintesi rappresentino prodotti

molto attraenti.

A fronte di tali vantaggi, in particolare quelli derivanti dal successo nello sport,

quali sono i rischi di una protratta som ministrazione di steroidi? Essi sono numerosi

e gravi e possono essere così riassunti:

1) insufficienza funzionale da parte dei testicoli in maschi normalmente fertili:

ciò deriva dal fatto che la presenza di ormoni somministrati farmacologicamente

inibisce la sintesi di testosterone da parte dei testicoli stessi, inducendo

sterilità. L’inibizione funzionale è di tale grado che, sospendendo la somministrazione

degli steroidi dopo un periodo di circa un anno, si verifica una diminuzione

del testosterone testicolare di circa il 50 per cento. Normalmente

nei maschi la sintesi di ormoni femminili è inibita dalle elevate concentrazioni

di testosterone: in presenza di insufficienza testicolare si verifica invece un

aumento degli steroidi femminili (estradiolo) sino a concentrazioni simili a

quelle presenti nelle donne;

2) nelle donne la somministrazione di steroidi anabolizzanti provoca un profondo

turbamento del delicato equilibrio degli ormoni sessuali e quindi del ciclo

mestruale; inoltre causa acne, perdita dei capelli e modificazione dei caratteri

sessuali secondari;

3) in entrambi i sessi un eccesso di steroidi anabolizzanti in età adolescenziale

causa precoce saldatura delle ossa lunghe e quindi arresto dell’accrescimento;

4) un altro effetto collaterale di queste sostanze è la riduzione della frazione

HDL e l’aumento della frazione LDL del colesterolo. Gli studi epidemiologici

indicano con chiarezza che un aumento della frazione LDL si correla a un

aumento dell’incidenza del rischio coronarico. D’altra parte uno degli effetti

benefici dell’attività sportiva è proprio la riduzione della frazione LDL;

5) esistono indicazioni sul fatto che elevate dosi di steroidi inibiscono la normale

risposta immunitaria;

6) infine citiamo la principale complicazione clinica che si correla all’uso degli

steroidi anabolizzanti: insufficienza epatica e carcinoma del fegato.

Giuseppe Miserocchi Ordinario di fisiologia umana Direttore della Scuola di

specializzazione in medicina dello sport Università degli Studi di Milano

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Usi clinici del testosterone

Alcuni degli impieghi clinici dei prodotti a base di testosterone risalgono agli albori

della terapia con androgeni. L’applicazione più frequente e accettata degli steroidi

anabolizzanti è la terapia sostitutiva per uomini affetti da ipogonadismo. Queste

sostanze sono state somministrate anche per curare l’impotenza in pazienti aventi

livelli ematici di testosterone normali o inferiori alla norma. Esteri di testosterone

sono frequentemente impiegati per stimolare la crescita e avviare la pubertà in ragazzi

che presentano ritardi significativi nello sviluppo. Fin dagli anni quaranta gli

androgeni sono stati utilizzati per curare stati di grave defedazione associati a malattie

croniche debilitanti (come per esempio quelle sofferte dalle vittime dei campi

di concentramento nazisti) e traumi (comprese le ferite subìte in guerra), ustio ni,

interventi chirurgici e radioterapia. Dal momento che gli steroidi anabolizzanti accelerano

l’eritropoiesi, sono stati impiegati come terapia di elezione per diverse

forme di anemia, prima che si diffondessero il trapianto di midollo e i trattamenti

con eritropoietina sintetica. Dalla fine degli anni trenta a metà degli anni ottanta

molti psichiatri usavano prescrivere steroidi anabolizzanti per il trattamento di depressione,

melanconia e psicosi involutive. Gli esteri di testosterone sono oggi comunemente

usati come complemento del-l’ormone della crescita umana (hGH) nel

trattamento di bambini con deficit ormonali. Più di recente alcuni medici hanno

cominciato a sperimentare gli steroidi anabolizzanti come terapia per la debolezza

e la perdita di tono muscolare che si manifesta durante la progressione dell’infezione

da HIV. Gli studi clinici sono promettenti e indicano che in questi pazienti si ha

un maggior senso di benessere e un aumento della forza, della massa muscolare e

dell’appetito. Oltre a ciò, dalla fine degli anni settanta gli esteri di testosterone sono

stati studiati come possibile metodo per regolare la fertilità maschile attraverso il

ciclo di retroazione endocrino. L’ipotalamo reagisce a livelli elevati di testosterone

nel sangue riducendo la secrezione di un altro ormone – l’ormone che libera l’ormone

luteinizzante – che tramite l’ipofisi influenza non solo la produzione di testosterone

da parte dell’organismo, ma anche quella dello sperma. Nel 1990 l’Organizzazione

mondiale della sanità ha pubblicato i risultati di una sperimentazione condotta

da dieci istituzioni di tutto il mondo, che ha dimostrato l’efficacia degli steroidi

anabolizzanti come contraccettivo maschile accompagnato da minimi effetti

collaterali abreve termine. È interessante osservare che le dosi prescritte per i soggetti

dello studio erano superiori a quelle assunte dal velocista olimpionico Ben

Johnson, squalificato per doping. Ciò indica che la legalizzazione degli steroidi

anabolizzanti come contraccettivi maschili indebolirebbe le basi mediche della

proibizione del loro uso regolare da parte degli atleti. Alla fine degli anni ottanta

alcuni ricercatori cominciarono a riconsiderare gli effetti del testosterone sull’invecchiamento.

Questi studi erano motivati in parte dall’innalzamento dell’età media

e dai favorevoli risultati preliminari della somministrazione di ormone della crescita

a uomini anziani in buona salute. Nei primi anni novanta diversi scienziati hanno

condotto studi pilota sugli effetti della somministrazione di testosterone in uomini

di età superiore ai 54 anni che presentavano livelli bassi o normali di questo ormone.

I risultati sono stati generalmente positivi: un aumento della massa e delle prestazioni

muscolari, un possibile rallentamento del processo di deterioramento delle

ossa, un aumento del desiderio e dell’attività sessuale, un miglioramento delle capacità

mentali come l’orientamento spaziale e la memoria verbale. Dato che molti

medici riconoscono l’efficacia delle terapie di sostituzione ormonale nella donna, si

potrebbe adottare senza problemi un’analoga terapia ormonale per l’uomo. L’implicita

accettazione culturale della terapia ormonale maschile su grande scala sembra

trovare una conferma nel fatto che negli ultimi anni i mezzi di comunicazione non

specializzati hanno dato evidenza ai potenziali benefici dei trattamenti sia con testosterone

sia con estrogeni in una popolazione in via di invecchiamento. Lo Hormonal

Healthcare Center di Londra prescrive iniezioni di testosterone a centinaia

di uomini di qualunque età e un ginecologo del Chelsea and Westminster Hospital

di Londra attualmente prescrive sferule di testosterone a circa il 25 per cento delle

sue pazienti che hanno superato la menopausa. Questa tendenza probabilmente

continuerà, implicando che la terapia con testosterone su larga scala potrebbe diventare

una pratica medica standard entro un decennio. Questa previsione si basa

sul fatto che le aspettative della gente e i profitti delle industrie farmaceutiche possono

contribuire a definire nuove «patolo gie». Nel 1992, per esempio, i National

Institutes of Health hanno invitato a proporre ricerche per determinare se la terapia

con testosterone possa prevenire la decadenza fisica e la depressione ne gli anziani,

sollevando così la questione se l’invecchiamento in quanto tale stia per essere ufficialmente

riconosciuto come una malattia da carenza curabile. John B. McKinlay,

gerontologo e direttore del New England Research Institute di Watertown nel Massachusetts,

ha fornito la seguente previsione: «Non credo alla crisi di mezza età

dell’uomo. Ma anche se, a mio parere, non vi sono prove epidemiologiche, fisiologiche

o cliniche di una simile sindrome, penso che per l’anno 2000 la sindrome esi

sterà. Vi sono grossi interessi commer ciali nei confronti del trattamento di uo mini

anziani, così come ve ne sono per le donne in menopausa». L’interesse commerciale

a fornire una risposta alla domanda di androgeni da parte del pubblico potrebbe

spingere i medici a sottovalutare possibili effetti collaterali negativi e a sovrastimare

l’efficacia dei farmaci. Per esempio, nel numero di gennaio 1994 del «Journal of

Urology», McKinlay e colleghi hanno affermato che non vi è alcuna correlazione

fra una qualsiasi forma di testosterone e l’impotenza, una «grossa fonte di preoccupazione

sanitaria» che interessa un mercato potenziale di 18 milioni di uomini. Ma

anche se non si riuscisse a confermare l’utilità del testosterone per una singola patologia,

è improbabile che ciò ne limiti l’impiego per rafforzare l’organismo dell’anziano

o aumentarne l’interesse per l’attività sessuale. In effetti, l’invecchiamento

viene sempre più visto come un problema medico, e questo cambiamento di cultura

antropologica sta portando al riconoscimento di un climaterio maschile curabile

quanto la sua controparte femminile. Il riconoscimento ufficiale di questa sindrome

proporrà una nuova definizione sociale di normalità fisiologica e legittimerà ulteriormente

l’ambizione di spingere l’organismo umano a livelli più elevati di prestazioni

fisiche e mentali. Ben Johnson fu privato della medaglia d’oro vinta alle

Olimpiadi di Seni del 1988 dopo che le analisi antidoping rivelarono come egli

avesse assunto steroidi anabolizzanti per migliorare le proprie prestazioni sportive.

Le dosi impiegate dal velocista canadese, però, erano a quanto pare inferiori a

quelle che l’Organizzazione mondiale della sanità ha recentemente dichiarato accettabili

come contraccettivo maschile. Se le cose stessero effettivamente così, le

argomentazioni cliniche che sono state avanzate contro l’uso degli steroidi nella

preparazione degli atleti perderebbero molta della loro efficacia.

BIBLIOGRAFIA

DE KRUIF PAUL, The Male Hormone, Harcourt, Brace and Company, 1945.

KOCHAKIAN CHARLES D., Anabolic-Androgenic Steroids, Springer-Verlag,

1976. HAMILTON DAVID, The Monkey Gland Affair, Chatto and Windus, 1986.

HOBERMAN JOHN, Mortal Engines: The Science of Performance and the

Dehumanization of Sport, Free Press, 1992. YESALIS CHARLES E. (a cura),

Anabolic Steroid.s in Sport and Exercise, Human Kinetics Publishers, Champaign,

1993.

L’articolo è apparsa sul n. 320 di Le Scienze. Abbiamo chiesto e ci è stato concesso il diritto di publicarlo.

Abbiamo ringraziato e ringraziamo Le Scienze.

Motivazione nel resistance traning

LE VERE DECISIONI SI MISURANO CON L’INTRAPRENDERE NUOVE AZIONI.

SE NON AGISCI, NON SEI MOTIVATO DECISO …

Lo sport è un’attività praticata per libera scelta e come, in qualsiasi attività non obbligatoria avvengono dei presupposti importanti prima della partecipazione: LA SCELTA, LA DECISIONE, L’ ATTUAZIONE.(1)

LA SCELTA è una valutazione di diversi elementi, favorevoli e/o contrari, di una pratica sportiva, prendendo in considerazione tutte le alternative possibili.

Quindi la scelta è il momento principale in cui il soggetto pensa alla decisione da intraprendere, cominciare ad allenarsi o cambiare attività !?

LA DECISIONE è la risoluzione del quesito di scelta da parte del soggetto di praticare un determinato sport a partire dalla suddetta valutazione. L’ ATTUAZIONE è la pratica concreta dello sport scelto.

Possiamo quindi dire che la scelta è il bottone scatenante l’ attuazione (senza scelta non c’è attuazione) ma che cosa è che “accende” la scelta?!?… e’ LA MOTIVAZIONE .

Quindi il soggetto che si rivolge al club per cominciare ad allenarsi già possiede una motivazione sufficiente per spingerlo a migliorasi, è dunque dovere del tecnico riconoscerla, valutarla e migliorarla.

Nell’ essere umano è raro che una determinata condotta sia il risultato di un’ unica spinta motivazionale, il piùdelle volte essa è sovra-determinata cioè l’esito di una concatenazione di motivazioni

COME AUMENTARE LA MOTIVAZIONE

Secondo uno studio condotto da su dei giovani atleti canadesi,(2) evidenziarono che i motivi principali alla base del coinvolgimento in una disciplina sportiva sono :

  • L’ AFFILIAZIONE : l’opportunità di stabilire relazioni.

  • LO STRESS : l’opportunità di svolgere attività eccitanti e/o innovative.

  • L’ECCELLENZA: l’acquisizione di abilità sportive per primeggiare su qualcuno o per il proprio interesse.

  • IL SUCCESSO : un esito o risultato favorevole.

Sapp e Haubenstricker(3) condussero successivamente uno studio su larga scala sulla motivazione alla partecipazione. I risultati rivelarono che le ragioni maggiormente citate per la partecipazione sportiva sono:

  • il divertimento

  • l’ acquisizione di competenza

  • la forma fisica

  • l’ affiliazione

le motivazioni sono omogenee per età, sesso, sport praticato e cultura.

Negli anni 80 alcuni studi testarono la motivazione alla partecipazione attraverso diversi sport(4) e fecero emergere alcune tematiche comuni alla partecipazione sportiva.

Le motivazioni alla partecipazione includono primariamente:

  • lo sviluppo di competenze fisiche (imparare nuove abilità, migliorare quelle già possedute e raggiungere obiettivi)

  • guadagnare il consenso sociale (farsi nuovi amici, essere parte di un gruppo, guadagnare l’approvazione);

– accrescere la forma fisica (aspetto fisico);

– godere di una nuova esperienza (divertirsi, stimolarsi).

In questi studi gli intervistati annoveravano come sono importanti multipli ragioni per stimolare la loro motivazione, più che singole ragioni.

Da questi, possiamo evidenziare come tutte le motivazioni dei 3 studi sono comuni o concatenanti. Dalla metà del novecento a studi pressappoco recenti si nota come affiliazionesia sempre presente nelle motivazioni dei partecipanti .

Affiliazione è l’ opportunità di stabilire relazioni interpersonali significative e di essere confermati nella propria capacità di stare in gruppo e di fare e mantenere amicizie. Molte volte il tecnico da poca importanza o trascura il motivo di affiliazionedel soggetto.

Nel resistance training il metodo migliore per aumentare l’ affiliazione è creare associations for training.

Associations for training èun gruppo di allenamento , formato da un minimo di 2 persone ad un massimo di 5 , con caratteristiche , interessi e obiettivi comuni .

L’ Associations for training dala consapevolezza di poter avere aiuto da parte dei compagni di allenamento durante lo svolgimento del training , insieme alla riuscita dei compiti proposti daranno all’ atleta un senso di sicurezza e lo spingeranno a provare e riprovare le diverse situazioni ed insieme alla riuscita delle richieste fatte saranno la molla motivazionale per voler ritornare in palestra ad migliorarsi . Inoltre aiuterà l’ atleta ad istaurare relazioni amichevoli con i compagni e da ciò divertirsi e svagarsi.

Quindi creare un gruppo di allenamento è di notevole importanza sia per la buona riuscita dell’ allenamento ,sia per il divertimento e quindi ci saranno tutti i presupposti per la creazione di un ambiente confortevole e di benessere , motivazioni importantissime nella scelta del club sportivo;

Un ulteriore motivazione per la partecipazione ad un’ attività è l’ acquisizione e sviluppo di competenza fisiche.

Perciò e’ importantissimo proporre allenamenti alla portata del soggetto che si ha di fronte, modulare le difficoltà/intensità , non voler andare oltre le loro capacità fisiche e mentali proponendo allenamenti con movimenti difficili e/o alte intensità in cui si debba pensare ed essere attenti non oltre le lorocapacità. Tutto ciò deve essere fatto senza però trascurare l’opportunità di svolgere attività eccitanti e nuove “esperienze” (stress) perciò e molto importante cambiare , modulare , variare esercizi e tabelle allenanti. Ciò scaturisce un ulteriore motivazione cioè senso eccellenza, con l’acquisizione di nuove abilità sportive si ha il senso di primeggiare su qualcuno o per proprio interesse.

Nel resistance trainingIl successo e la forma fisica sono , in molti casi ,motivazioni concatenate , dove il tecnico deve motivarle di pari passo . La forma fisica è il miglioramento del aspetto estetico del atleta ed è quindi la motivazione privilegiata nel il resistance training . il successo è un esito o risultato favorevole .

Quindi possiamo dire che migliorando la forma fisica aumenteremo anche il successo del soggetto, aumentando cosi il piacere di eseguire allenamenti con sovraccarichi. Importante è non sottovalutare l’ effetto boomerang positivo , cioè che con il miglioramento del successo si può avere un aumento di miglioramento nella motivazione di forma fisica . Per aumentare la motivazione è importante avere un obiettivo a lungo termine (es. dimagrire 10 kg in un anno) e un obiettivo a breve termine ( es. dimagrire di 2 kg in un mese) al raggiungimento del obiettivo a breve termine far notare il risultato, complimentarsi con l’atleta ,confrontarlo con il risultato precedete e concordare di nuovo un secondo obiettivo a breve termine con l’atleta.

 

BIBLIOGRAFIA

1. Giovannini D., Savoia L. (2002) Psicologia dello Sport , Carocci.

2.Alderman, R.A., Wood, N.L., (1976). An analisys of incentive motivation in young Canadian athletes, I In Horn T.S., (2002), Advancesin Sport psychology, Champaign, Ill., Human Kinetics.

3. Sapp, M., Haubenstricker, J., (1978). Motivation for joining and reasons for not continuing in youth sport programs in Michigan, in Horn T.S., (2002), Advances in Sport psychology, Champaign, Ill., Human Kinetics.

4.Gill D.L., Gross J.B., Huddleston S. (1983) Partecipation Motivation in Youth Sports, in <<International Jourmal of Sport Psychology>>, 14, pp.1-14.

Aumentare la motivazione per miglioreare la performace

Il termine motivazione deriva etimologicamente dalla parola movere (muovere) che incorpora un senso di movimento che porta ad agire.(1) Quindi la motivazione èil processo di attivazione dell’organismo finalizzato alla realizzazione di un determinato scopo in relazione alle condizioni ambientali .

Esso ha come base un concetto nel quale individui tendono a compiere azioni procurandosi piacere e soddisfazione, trascurando così il fatto che spesso, per motivi diversi, anche di natura inconscia, si possono o si devono svolgere attività che non sono necessariamente piacevoli (J.Bentham & J. Stuart Mill).

Nel campo di studi sul comportamento organizzativo si sono riscontrate 2 connotazioni(1) :

  • Di tipo manageriale : vista come attività manageriale volta a stimolare negli individui un comportamento tale da produrre risultati.

  • Di tipo psicologico: si riferisce allo stato mentale di una persona in relazione all’ origine, alla persistenza , all’ intensità e al fine di un comportamento.

Quindi possiamo dire che per motivazione noi intendiamo l’insieme di motivi che ci spingono ad agire, che sono in relazione a diversi obiettivi e interessi , essi sono guidati da processi emotivi e cognitivi.

Negli allenamenti con sovraccarichi è basilare migliorare la performance dell’ atleta .

La performance è il risultato di uno sforzo fisico e mentale e può essere definito in termini qualitativi e quantitativi, che in ogni caso comportano una valutazione di tipo soggettivo da parte di un valutatore.

La performance, dato un certo contesto (f) è funzione di due fattori :Motivazione, capacità.(3)

PERFORMANCE = (F) / (CAPACITÀ X MOTIVAZIONE)

Per esempio prendiamo in esame 2 atleti Matteo e Alessandro .

Matteo ha maggiori capacità di Alessandro quindi a parità di motivazione Matteo vincerà sempre , Alessandro potrà vincere solo se è molto motivato e se a Matteo diminuirà la motivazione . Secondo questo tipo di prospettiva si deve avere un livello minimo di motivazione e di capacità per avere una buona perfomance(1). La motivazione,quindi, è un fattore di vitale importanza per una buona prestazione sia in gara che durante il training perciò è importantissimo conoscerla, saperla analizzare, valutare e migliorare come qualsiasi altra abilità fisica.

BIBLIOGRAFIA

1. Prof. Nicola Botta , Motivazione: teoria del contenuto e del processo, lezione del 21 aprile 2008, seconda Università Di Napoli, Facoltà Di Psicologia

2. Prof Anolli- Legrenzi, psicologia generale: la motivazione , Il Mulino 2001

3. Prof. Alessandro Benzia, Gestione delle risorse umane, Università Degli Studio Di Tor Vergata

 

 

La posizione della sbarra nello Squat

Barbell Squats: Posizione Alta vs. Posizione Bassa

Ci interesseremo qui dell’esercizio eseguito col bilanciere conosciuto come Back Squat. Più precisamente delle differenze che si generano posizionando la sbarra in una posizione alta , sopra la spina della Scapola fig A , o su una posizione bassa , sotto la spina della scapola fig. B. La posizione influeza fortemente l’inclinazione del busto durante l’esercizio trasferendo parte della R da articolazioni ad altre. Questo articolo discute brevemente i vantaggi ed i limiti di ogni una delle due posizioni del bilanciere (vale a dire, barra in posizione alta e bassa) e fornisce suggerimenti su come scegliere e utilizzare in base sia all’obiettivo dell’allenamento sia dei bisogni individuali.

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Per quale motivo “sopra o sotto”

Prima di entrare in situazioni specifiche del programma dove si sceglie la posizione più idonea della sbarra, è necessario sapere e comprendere gli effetti delle due possibili scelte. Posizione alta è quello che si vede con maggiore frequenza in molti atleti impegnati nella ricerca della forma.

Questo posiziona il bilanciere nella parte superiore dei muscoli Trapezio è più favorevole ad una posizione più eretta del tronco. Di contro, la posizione bassa della barra è quella che vedete nei powerlifter durante le loro competizioni. In questa posizione il bilanciere attraversa le scapole, il trapezio centrale e muscoli romboidali sotto la spina, ed è più favorevole ad una posizione del tronco maggiormente inclinata.

La scelta della posizione Bar

Ecco di seguito la ripartizione dei nelle quali una posizione bassa sarebbe consigliabile rispetto ad una posizione alta ed i motivi che inducono alla scelta.

Quando utilizzare una barra di posizione di squat basso:

Dal momento che il busto si flette in avanti , la distanza b2-b3 in fig. B è maggiore rispetto alla posizione della fig.A. Questo aumento del braccio di leva quindi del Momento, trasferisce una quota maggiore di R ai muscoli delle anche, i polpacci la schiena bassa.

Questo favorisce sia la produzione di forza sia la limitazione del lavoro totale eseguito.

Scelte preferenziali

Le femmine, dal momento che le ragazze tendono a essere già più quadricipite “dominanti” dovrebbero concentrare il lavoro sull’anca e sugli ischiocrurali per bilanciare la dominanza.

Questo giustificherebbe questa scelta.

Per coloro che hanno limitata mobilità della caviglia , la quarta posizione è pressoché obbligata.

Richiede di contro una buona mobilità della spalla

Quando utilizzare una posizione di sbarra alta:

E’ la scelta più adeguata quando si desiderano enfatizzare le dimensioni e la forza del quadricipite specificatamente. La posizione del corpo può rimanere più eretta ed il braccio

di leva del ginocchio è superiore allo stesso dell’anca. A1-a2/b1-b2.

La scelta prevede un lavoro utilizzando carichi più bassi con ripetizioni più elevate per più tempo sotto tensione perché la gamma di movimento delle ginocchia e fianchi è maggiore con la possibilità “estrema” di accovacciarsi nella massima profondità. Lo stress meccanico sulla schiena è minore.

Entrambe le posizioni offrono vantaggi e svantaggi differenti ma anche diverse azioni simili.

Così, quando si lavora con qualcuno e non si abbiano limitazioni ed obiettivi specifici, si può alternare la posizione della sbarra nelle U.A. consecutive in modo di creare varietà negli stimoli e

modificare i vettori di forza coinvolti all’interno dello stesso schema di movimento. Questo è un modo semplice per variare un allenamento senza modificare l’allenamento.

Alternative per atleti con infortunio alla spalla

Se c’è una spalla con limitata rotazione esterna o scarsa possibilità di retroposizione (es, a causa di un problema posturale) che rende scomodo per qualcuno eseguire squat alta o bassa bar, utilizzare

un front squat o una trap bar invece di un bilanciere sarebbe una opportuna alternativa.

L’esecuzione dell’esercizio ha bisogno di una profonda conoscena del movimento . Si raccomanda la tenuta della “posizione meutra” della spina durante l’intero movimento. Entrambe le competenze

sono trattate in altri articoli specificati nella Bibliografia.

Per saperne di più:

Nick Tumminello: Performance University

Giorgio Trotta : Tesi sulla Relazione tra Inclinazione del Busto e rischi per la Spina

Amoroso, Massaroni : lo Squat. Rimini 2011

Analisi dello Squat

Analisi dello Squat

Autori: Dott. Filippo Massaroni, Prof. Ph.D Matteo Romanazzi,  Dott. Elpidio Amoroso

Rimini 2012 

In questo ultimo anno l’interesse verso lo squat o accosciata sembra aver subito un’accelerazione. E’ certamente un esercizio di grande valore sia come mezzo di potenziamento e miglioramento della efficienza in generale sia come esercizio base per lo sviluppo muscolare. Entusiastiche interpretazioni del tipo “ il re degli esercizi”, generano nella classe medica arrocchi del tipo “ i pesi fanno male” non del tutto ingiustificati ai quali va risposto con una approfondita conoscenza della biomeccanica dell’esercizio e dalle sue possibilità d’uso misurata sull’obiettivo e sulle possibilità del soggetto. Siamo convinti che non ci siano esercizi, eseguiti correttamente e con carichi adeguati, prescritti a soggetti in “ordine biomeccanico”, che procurino danni. Siamo altrettanto convinti che gli esercizi scorrettamente utilizzati, sia come esecuzione che come carichi inadeguati, siano fonte di rischi anche gravi. Due termini appena usati hanno bisogno di approfondimento: esecuzione dell’esercizio, carico adeguato.

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Esecuzione dell’esercizio

Eseguire l’esercizio di squat nel Resistance Training ( RT) vuol dire piegarsi sulle ginocchia con una resistenza aggiunta al peso personale. Come in tutti gli esercizi RT, gli attori sono due : la resistenza (R) generata dal peso corporeo e dal carico aggiunto (sovraccarico sc.) e la forza muscolare (FM) della catena motoria attivata per vincere questa resistenza.

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Due i vincoli nell’esecuzione. Uno statico ed è l’appoggio del piede a terra, ed uno dinamico ed è il percorso verticale del baricentro lungo la retta che cade anche al variare notevole di tecniche, costantemente durante tutta l’esecuzione sulla caviglia.

La catena motoria interessata è costituita dalle articolazioni della caviglia, il ginocchio, l’anca , e tutte le articolazioni intervertebrali della spina. La muscolatura è fondamentalmente quella antigravitaria. Una corretta esecuzione senza obiettivi particolari porta a un’equa distribuzione del sovraccarico tra tutte le articolazioni attive con la conseguenza di mantenere in equilibrio i rapporti di forza tra i gruppi muscolari.

La spina non dovrebbe essere considerata in questo esercizio in funzione articolare.

Nessuna curva della spina dovrebbe essere modificata durante l’esecuzione e mantenuta costantemente in posizione “neutra”. Posizione consapevolmente acquisita e stabilizzata, nella prima fase didattica, con adeguati esercizi.

Modalità di esecuzione dello squat classico

• Bilanciere posizionato sopra la spina della scapola

• Distanza tra i piedi uguale o appena + larga delle spalle

• Stessa direzione del ginocchio e del piede

• Schiena in solida posizione “neutra”

• Lordosi cervicale neutra, sguardo parallelo

• Impugnatura appena esterna alle spalle e gomito in basso della Caviglia, a femore parallelo al piano, possibilmente non superiore 45°

• Il piegamento a femore parallelo al piano come punto di arrivo, da non sorpassare senza motivi specifici.

• Velocità di esecuzione lenta

• Assistenza consigliata

Punti di repere biomeccanici

L’esercizio è in condizioni di catena cinetica chiusa. Tra altre cose questo vuol dire che la modificazione su una articolazione si ripercuote su tutte le altre. Il punto fisso del piegamento è la pianta del piede ed è un braccio della articolazione della caviglia. In questo modo questa articolazione diviene il punto di riferimento di tutte le altre. La resistenza aggiunta è posizionata sopra la spina della scapola ( nello squat classico) ed ha un vincolo di equilibrio: deve avere un percorso pressoché verticale alla caviglia (qualche cm anteriore). I vari tipi di “squat” sono conseguenza al riposizionamento della R in luoghi diversi della spina. Questo porta alla modificazione dell’impegno reciproco delle diverse articolazioni e conseguentemente dei gruppi muscolari motori. L’equilibrio rimane comunque legato alla verticale della caviglia sulla quale si muove il baricentro totale del corpo e del sovraccarico nello squat e in tutte le sue varianti.

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Carico adeguato

Dovremmo parlare di sovraccarico comunque di R aggiunta. La R dovrebbe essere scrupolosamente adeguata agli obiettivi e alle possibilità di mantenere tutti gli assetti del soggetto. Gli obiettivi inseriti in una visione pluriennale e distinti tra obiettivi di potenziamento delle possibilità di alte prestazioni in altre attività sportive e obiettivi per il livello di eccellenza nella vita individuale e sociale. La distinzione deve essere ben chiara nella mente del tecnico in quanto il valore della R ha conseguenze positivee negative sulle strutture del soggetto. Spingere il praticante verso massimali senzasignificato per il suo obiettivo, lo espone a rischi non necessari dei quali l’istruttore dovrebbe rispondere almeno in termini di competenza tecnica. Il carico diretto sulle strutture entro un valore di 100-120% del peso personale con una esecuzione corretta,

dovrebbe essere nella portata di sani individui allenati in questo esercizio. Carichi inadeguati, sia all’obiettivo che alla corretta esecuzione generano squilibri tra le articolazioni. La schiena oltre che le proprie curve sotto un carico eccessivo modifica la propria inclinazione con il risultato di aumentare il momento di taglio sulla zona lombare.

Tre gli angoli significativi in questo esercizio:

• l’anca

• il ginocchio

• la caviglia.

Tutti e tre variano con il grado profondità dell’accosciata.

Rifacendosi all’angolo del ginocchio si considerano tre livelli:

• Mezzo squat ( quello in immagine) con ^ del ginocchio

>80°<100°

• Squat parallelo ^ ginocchio < di 80°

• Squat profondo ^ ginocchio < di 40°

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Evidenze scientifiche

Diversi ricercatori hanno indagato l’effetto dell’inclinazione del busto sul momento della zona lombare. Già in “L’allenamento della Forza” SSS 1996 Renato Manno riporta uno studio pubblicato in Nett 1967, dove il carico sulla schiena è funzione della inclinazione della stessa. Adams (1,2,3) mette in evidenza come una iperestenzione accentuata di 2 gradi porti ad un aumento della compressione nella parte esterna dei dischi vertebrali lombari del 16%. Potvin e McGill (4) mostrano inequivocabili relazioni tra sull’inclinazione della spina e l’aumento del carico. Il suggerimento comune è porre una maggiore attenzione nella esecuzione dello squat ed ai movimenti e posizioni della schiena durante l’esecuzione. Nessuna variazione delle curve sotto carico deve avvenire, e la schiena dovrebbe essere mantenuta il più possibile verticale. Questa ultima indicazione contraddice la possibilità di utilizzare carichi da record. In questo caso l’obiettivo del soggetto deve essere la guida. In casi di fitness non essendo prioritario il valore della R è possibile attenersi a queste indicazioni e se è il caso optare varianti come lo squat avanti, l’hak squat con bilancere o manubri o spinte alla pressa che è però altra categoria di esercizi per gli arti inferiori.

Il contributo della Nabba Italia

Gli approfondimenti sullo squat sono stati perseguiti da noi da diverso tempo.

Programmi di lavoro fortemente contratti e concentrati sugli esercizi base, molto frequenti attualmente, ha moltiplicato la facilità di prescrizione di questo esercizio. S’è aggiunto l’errore di scambiare il valore della R con il valore del lavoro. Il primo fortemente limitativo per le strutture, il secondo per i fattori metabolici. Un perseguimento non giustificato in quanto la prima aumenta tutti i rischi mentre un aumento del secondo sarebbe più opportuno riguardo lo sviluppo muscolare e l’efficienza generale. Il prezzo di un aumento del lavoro attraverso un aumento delle ripetizioni è la fatica metabolica, dura da sostenere ma senza rischi e con diversi benefici. Parlando di resistance training nulla che valga in questo campo è gratis conseguenza di questa facilità di prescrizione e gestione incentrata su obiettivi di forza si sono moltiplicati i casi di danni più o meno gravi alla spina. Si sono invocate cause diverse, primariamente una errata esecuzione. Ma s’è visto come il carico stesso e l’angolo di inclinazione della schiena, nemmeno valutata o addirittura consigliata da certe scuole, sia fonte di rischio. In un forum molto seguito in occasione del Rimini Welness 2012 l’argomento è stato affrontato frontalmente. Matteo Romanazzi probabilmente l’unico PhD in Italia che s’interessi con i requisiti necessari a questi temi e con l’uso del MuscleLab ha effettuato numerosi rilievi nello squat classico e nelle sue numerose variazioni. I grafici che seguono sono una parte dei rilievi effettuati.

I diversi stili dell’accosciata

Il fatto stesso che il nome rimanga lo stesso con un’aggiunta dice che pur variando qualche cosa l’accosciata rimane costante in tutte le esecuzioni. Così, lo squat classico, l’hak squat, lo squat avanti , lo squat con manubri, l’overhead , sono tutte accosciate. Cosa è che cambia . Abbiamo già ricordato i vincoli dello squat: il punto fisso a terra ed il punto che si muove , ma con uno stretto vincolo di equilibrio. Il punto fisso è costante per tutti quindi il discorso finisce qui. Il punto che si muove che potremmo identificare col baricentro è la risultante del baricentro del carico e quello del corpo dell’atleta. La risultante deve essere comunque sulla verticale al punto fisso ovvero la caviglia. Quindi lo spostamento del sovraccarico inevitabilmente porta ad uno spostamento del corpo dell’atleta. Ecco due esempi estremi.

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Nel primo l’enfatizzazione dell’inclinzione della schiena ed un minimo di flessione del ginocchio . Per bilanciare il baricentro del bilanciere è necessario spostar indietro il baricentro del corpo. La risultante di due baricentri, sovraccarico e corpo, è comunque sulla verticale del punto fisso. Nel capo opposto troviamo l’hak squat, il secondo esercizio. L’enfatizzazione della flessione del ginocchio ed il minimo del busto. Il baricentro del corpo è praticamente sulla stessa verticale del baricentro del sovraccarico. L’esercizio può essere eseguito a nostro giudizio con vantaggi, anche con due manubri. La non trascurabile differenza conseguente alla posizione del sovraccarico è la diversità del momento di taglio che agisce sulla bassa schiena.

Notevole nel good morning anche a bassi carichi, ridotto notevolmente nell’hak anche a carichi più elevati. Abbiamo riportato il goog morning come esempio estremo ma alcune esecuzioni di squat a gamba pressoche verticale e necessaria schiena molto inclinata si avvicinano molto a questa condizione con tutti i rischi conseguenti ad un elevato momento di taglio che insiste sulle vertebre lombari. La foto che segue ne è un esempio, ovviamente da non imitare.

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Didattica dello squat

Nella sua complessità, la didattica può essere descritta in un sistema di feed-back/feed-forward. I segnali di risposta (feed-back) del soggetto da formare diventano elementi sui quali costruire un modello ad hoc (Amoroso,Rimini 2012). Nella progressione didattica dell’atleta il tecnico deve in continuo tenere conto dell’obiettivo, del’anamnesi atletica, della iniziale valutazione funzionale quindi delle possibilità, e del progresso motorio. Gli schemi sottostanti riassumono momenti importanti dell’azione dell’istruttore. Nell’anamnesi si acquisiscono informazioni per definire le precondizioni dalle quali muovere. Nella seconda vengono schematizzati le metodologie dell’istruttore atte a rimuovere i limiti attraverso un potenziamento specifico.

ANAMNESI ESSENZIALE

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PROGRESSIONE DIDATTICA

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Il miglior modo per valutare un soggetto rispetto allo squat è farglielo eseguire. Non pensiamo che l’esecuzione senza alcun sovraccarico sia la migliore forma, ma nemmeno un sovraccarico impegnativo. Il 25% del peso del soggetto, se non ci sono limiti, potrebbe essere una buona scelta. Gli schemi che seguono tratti da uno degli interventi del Forum Nabba Italia di Rimini 2012 sintetizzano le osservazioni da fare durante esecuzione ripetute e le conseguenze didattiche.

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La progressione consigliata

Le immagini che seguono indicano la progressione che la Nabba Italia considera di sicurezza. Ovviamente la progressione non può tenere conto delle eventuali carenze del soggetto essendo individuali . Considereremo quindi un soggetto medio. Eventuali bisogni individuali evidenziati dall’anamnesi e dalla valutazione funzionale verranno trattati dall’istruttore nel programma individuale. L’istruttore carica e scarica alternativamente l’atleta del carico con la mano. L’atleta sentirà i lunghi del dorso rilasciarsi e contrarsi alternativamente. Questo esercizio gli permetterà di avere il controllo di una zona molto importante del proprio “core”. Dovrà fare esperienza della giusta tensione da tenere nella spina , durante le accosciate .

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Nell’eseguire l’esercizio la spina dovrà assumere la posizione neutra ed eventualmente potenziarla, qualora se ne ritenesse un bisogno nella programmazione individuale. L’atleta tiene una “pizza” di qualche chilo ( valutare individualmente , 10kg in gomma sarebbe ideale) nella posizione dell’immagine. La palla sopra, più che un sovraccarico è un modo per indicare il mantenimento della posizione orizzontale della “pizza”. Con questo sovraccarico ed in questa posizione s’esegue l’accosciata. Il fattore di maggiore importanza è il mantenimento della pizza orizzontale il che vuole dire una leggera flessione del braccio quindi una estensione della cifosi dorsale. Nel passaggio successivo, si introduce lo squat col bilanciere sopra lo sterno. Questo esercizio permette una inclinazione di sicurezza per la schiena. La difficoltà è nella impugnatura che richiede una buona particolarità sia della spalla che del polso. Eventualmente da raggiungere con eventuali esercizi. Nel frattempo si possono usare delle fasce per mantenere comunque il controllo del bilanciere.

Infine lo squat…………Image 19

Al computer il prof. Matteo Romanazzi PhD.

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Condizione e forma fisica

In qualsiasi progetto di RT, l’elaborazione un programma in uno o più macrocicli di lavoro impone, oltre alle questione di carattere chinesiologico della personalizzazione, l’identificazione livello di condizionamento iniziale del soggetto. Dopo aver esaminato la postura e la funzionalità articolare, l’aspetto determinante è quello riferito alle capacità motorie. Dalla letteratura scientifica sono state setacciate le classificazioni storiche delle capacità motorie che, nella suddivisione macroscopica , denotano l’esistenza di quelle coordinative, condizionali e strutturali-elastiche. Nei sottoinsiemi di queste tracce rilevate se ne possono identificare alcune come la forza – nelle classificazioni più comuni – la resistenza, la potenza metabolica – in quelle condizionali. Equilibrio, coordinazione e riflessi, per esempio, si collocano invece in quelle coordinative. Queste ultime in particolare si riferiscono quindi ad un sistema più esteso come il SNC (Sistema Nevoso Centrale), il quale ha come arduo compito il controllo del movimento, pertanto le suddette capacità riconducono le altre ad essere subordinate, relegandogli una gerarchia di intervento a regime di propedeuticità. Un esempio banale ma al contempo chiaro è riconducibile ad un movimento di scarso controllo poiché sarà prodotto con scarsa espressione di forza. Un discorso a parte meriterebbero le capacità strutturali-elastiche che si insidiano senza pretese gerarchiche, ma che risultano, nella questione relativa al movimento una componente estremamente funzionale. Una dimostrazione lampante è la mobilità articolare e la fluidità delle catene cinetiche nella trasformazione del movimento in un gesto atletico o in un esercizio. Dal momento che la relazione tra tutte le classificazioni è molto stretta, una separazione così netta è ancora al vaglio di indagine da parte della ricerca dello sport. Alcune tesi, a sostegno di una distinzione obsoleta, possono tuttavia escludere che nella ricerca della fitness non ci sono gerarchie e che una capacità non sia indistintamente allenabile se non assistita da un’altra. Nonostante la lungimiranza teorica, il discorso potrebbe decadere dal momento in cui si realizza la pratica. Ulteriore conferma che il sistema teoria e pratica di allenamento non è soggetto a frammentazioni, ed è forse una delle poche certezze acquisite. Una considerazione a prescindere andrebbe fatta nel contesto di allenamento con resistenze per l’ipertrofia muscolare. Sebbene non sia una capacità motoria classificabile, è senza dubbio il risultato di un adeguato impegno di forza (forza peso , R(esistenza) è la terminologia esatta) alla quale si aggiunge un’altra componente che sono le ripetizioni. Da questo punto l’equazione del Lavoro è molto evidente:

(L = F x s ; N x ms-1 ).

Laddove non vi è categorizzazione non c’è ragione d’essere. In qualche modo classificare un soggetto che si avvicina al campo del RT è la base solida sulla quale iniziare. Qualunque sia l’obiettivo, la necessità e il bisogno del soggetto, una globale indagine conoscitiva che tiene conto della fitness iniziale è il fulcro per progettare il programma di lavoro. Nel caso di un condizionamento generale, che non esclude un bisogno di salute dinamica e una forma estetica apprezzabile, la collocazione ad una determinata categoria dipende essenzialmente dalle sue possibilità genetiche (già identificate nel biotipo, somatotipo ) che esprimo principalmente il livello di forza e le capacità di adattamento al carico di lavoro. Pertanto non è l’intervallo temporale – inteso come esperienza nel tempo in palestra – ma è il suo proficuo impiego, mediante le possibilità iniziali a decretare il livello di fitness di un utente . Per esempio un soggetto in allenamento con X kg su un esercizio può avere un trascorso diverso rispetto ad un altro che utilizza lo stesso peso ma raggiunto in tempi diversi. Un caso emblematico è il soggetto ricco di fibre IIa, che sviluppa il suo potenziale in un tempo notevolmente ridotto rispetto ad un altro meno dotato che lo raggiunge in tempi più lunghi. Resta quindi il potenziale di forza l’indice di base per classificare il livello iniziale. Nello specifico, per citare un esempio, si intende il livello di forza funzionale all’ipertrofia (ho eliminato la virgola e il “quindi” in sospeso che non regge nessun tipo di periodo) un record sulle 8RM oppure 10 RM.

Una proposta schematizzata nella tabella 1 può agevolare il lavoro di un operatore della Forma & Condizione, il quale può semplicemente riconoscere gli eventuali errori nella manipolazione delle variabili. L’ inesattezza più comune è quella di attribuire una scarsa importanza alla forza nei primi anni di allenamento, saltando alcune tappe fondamentali quanto semplici, addentrando il soggetto da allenare in tecnicismi inutili e preconcetti fuorvianti dal vero allenamento.
La risorsa didattica per gli operatori impegnati ad insegnare RT è di estrazione prettamente scientifica, ciò non significa che il concetto di allenamento – con i fondamenti sulla sua programmazione e sulla periodizazzione – venga snaturato per una ricerca teorica a senso unico.

Non sono state prese in considerazione, volontariamente, altre variabili definite indipendenti come il sesso è l’età. Si ritiene che la loro cospicua importanza richieda una trattazione in appendice a quanto scritto.

Pianificare l’allenamento è uno dei problemi più controversi. È necessario studiare attentamente le variabili dell’allenamento e i loro rapporti e relazione; saper combinare volume di lavoro, intensità, frequenza dell’allenamento. Il problema più complesso è sicuramente quello della distribuzione negli intervalli temporali (micro-meso-macro-cicli di lavoro), degli stimoli in relazione a diverse tipologie di stress organici. Gli stimoli vanno ad agire fondamentalmente in due direzioni sull’organismo, per cui si distinguono inizialmente in una fatica locale e in una sistemica. Questo è un concetto purtroppo ancora insufficiente per proseguirlo nel progetto di allenamento, pertanto si tiene conto anche della qualità degli stessi stimoli . Si evidenziano più livelli di fatica indotta dal carico di lavoro: uno stress metabolico, uno strutturale, uno nervoso di tipo centrale e periferico. Per quanto bene organizzati, i fattori di stress vanno a colpire, durante l’evento allenante, aspetti diversi a seconda della tipologia di stimolo applicato, della sua durata, dei tempi di recupero, dell’esecuzione dell’esercizio, della velocità di esecuzione. Purtroppo non è perfettamente possibile, mediante una preferenza tecnica, isolare del tutto l’aspetto metabolico da quello strutturale, da quello nervoso, come dell’effetto locale e generale e infine ormonale. È in qualche modo però rilevabile che questi aspetti si combinano tra loro in proporzioni differenti a seconda del tipo di lavoro svolto. Pertanto lo stress allenante di impronta metabolica con enfasi sulle vie metaboliche anaerobiche (alattacido e lattacido) riguarda sia le riserve energetiche di ATP, CP, glucosio e glicogeno muscolare ed epatico. Questi fattori di carattere metabolico, sono influenzati da tempi di recupero e supercompensazioni più rapidi (dando per scontate le condizioni di nutrizione e di sonno) dell’aspetto strutturale, cioè dell’usura, lacerazione, destabilizzazione di struttura delle fibrocellule e del connettivale del muscolo determinato dal grado di tensione di queste strutture durante l’allenamento, richiedendo queste ultime tempi di recupero e supercompensazioni più lunghi. Non è assolutamente secondario lo stress nervoso, riconosciuto come fattore che influenza drammaticamente il recupero. Il nostro sistema nervoso, in determinate situazioni, alza la soglia di eccitazione neuronale di base rendendo più difficile l’esecuzione di uno schema motorio, di un esercizio o di una prestazione in funzione della fatica generale accumulata. Ancora una volta la combinazione di tali sistemi rappresenta il motivo per il quale si ricorre alla progettazione dell’allenamento con una periodizzazione che non faccia salti quantici sulle capacità, ma che invece le ravvicina in maniera lineare per servirsene all’occorrenza. In funzione degli obiettivi si riconosce, quindi, l’approccio ondulatorio per gli sport di prestazione, costituenti un obiettivo diverso dal perseguimento di un grado di fitness a più livelli. Ancora oggi in oggetto di studi si analizzano le eventuali e, purtroppo, ancora remote possibilità di sviluppare delle capacità ( non ci si riferisce solo a quelle menzionate sopra ) senza perdere le altre.

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BIBLIOGRAFIA :

  1. Baechle.R.;EarleR.W. “MANUALE DI CONDIZIONAMENTO FISICO E DI ALLENAMENTO DELLA FORZA “ Editore Calzetti-Mariucci 2010

  2. Renato Manno “Fondamenti dell’allenamento sportivo”. Edizioni Zanichelli 1990

  3. Per A. Tesch “Target Bodybuilding” . Human Kinetics 1998