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Archivio mensilegennaio 2018

La composizione corporea

Vincenzo Pieretti

Laurea in S. Motorie

Laurea Specialistica

Tecnico di Cultura Fisica

Membro di Resistance Training

 

La composizione corporea

La valutazione della composizione corporea ha come obiettivo la misurazione dei diversi componenti che costituiscono il corpo. E’ il migliore indicatore nel lungo termine dello stato nutrizionale poiché riflette la disponibilità pregressa di nutrienti e l’aderenza a sane abitudini alimentari calibrate sul bisogno specifico della specialità. Questo lavoro non tiene conto dei bisogni competitivi dei culturisti. In questi l’equivalente  è denominato “definizione muscolare” ed è oggetto di valutazione diretta dalla giuria e facente parte del punteggio finale. Sarà oggetto di ulteriore lavoro.

 

Nel 1906 Adolph Magnus-Levy introdusse il concetto di modello bi-compartimentale, secondo il quale l’organismo umano può essere suddiviso in due compartimenti, la massa grassa (FM) e la massa magra (FFM). Nel grafico adiacente BW sta per peso corporeo totale.

 

  • La massa grassa (FM) corrisponde al tessuto adiposo e alle strutture lipidiche cellulari ed ha una densità di circa 0,9 g/cm3. E’ costituita prettamente da lipidi.
  • La massa magra (FFM) ha una densità di circa 1,1 g/cm3 e comprende

i muscoli scheletrici (40%), i muscoli non scheletrici (40%),

lo scheletro (10-15%). E’ costituita da glicogeno, sali minerali, proteine e

acqua totale (TBW). Acqua o TBW (Total Body Water) = 73%

  1. Proteine o PM (Protein Mass) = 20%
  2. Minerali o MM (Mineral Mass) = 6%
  3. Glicogeno o Gn = 1%


 

 

Metodi di valutazione

I metodi per valutare la composizione corporea sono molteplici. Tra i più noti troviamo:

  1. Antropometria
  2. Densimetria
  3. Analisi dell’impedenza bio-elettrica.
  4. TOBEC
  5. Idrometria
  6. Analisi della Creatinina urinaria
  7. Analisi del 40 K
  8. DEXA
  9. Metodiche per immagine

 

 

I componenti

  • L’acqua: è la componente predominante nell’organismo umano, rappresenta circa il 60% del peso di un individuo adulto e il 73% della FFM. Tale percentuale è maggiore nell’infanzia (alla nascita è circa il 78% del peso corporeo), e diminuisce progressivamente con l’età e/o con l’aumentare dei depositi di grasso. Per il 67% è distribuita all’interno delle cellule costituendo il liquido intra-cellulare (ICW) fondamentale per il suo metabolismo, mentre il restante 33% rimane all’esterno delle cellule e viene chiamato liquido extra-cellulare (ECW). Il bilancio dell’acqua dipende dal mantenimento dell’equilibrio tra il volume di acqua in entrata e quella in uscita dall’organismo. Tale equilibrio è regolato dal centro ipotalamico della sete, che regola la quantità di acqua da ingerire, e dell’ormone antidiuretico ADH (Anti Diuretic Hormone), che aumenta il riassorbimento dell’acqua.

 

  • Massa proteica: Rappresenta il 20% della FFM e il 17% del peso corporeo dell’uomo di riferimento.

Viene calcolata come azoto totale del corpo. È il compartimento con maggiore significato metabolico. Le proteine oltre a rivestire un ruolo strutturale (e in parte energetico) sono essenziali per svolgere tutte le funzioni e reazioni metaboliche sotto forma di enzimi.

 

 

  • Massa minerale: rappresenta il 5% del peso corporeo totale. E’ costituita dallo scheletro per l’88% e da sali minerali (12%).

 

  • Glicogeno: rappresenta circa l’1% del peso del corpo. Costituisce le riserve energetiche nella muscolatura scheletrica e nel fegato. E’ una componente molto labile, poiché può essere scisso sotto forma di glucosio e utilizzato in caso di bisogno.

 

I fattori che influenzano la composizione corporea

  • L’invecchiamento: comporta un aumento del tessuto adiposo a partire dalla mezz’età. Declino della massa scheletrica e muscolare. Quando il riassorbimento di tessuto osseo supera la sua formazione si va incontro alla demineralizzazione, processo che se protratto nel tempo porta all’osteoporosi. Per quanto riguarda la massa magra, dopo i 50 anni ne può essere persa fino a 1/3, dovuto alla fisiologica riduzione degli ormoni anabolici e ad altri fattori che insieme portano alla sarcopenia. Tutto questo viene contrastato e rallentato dall’allenamento di resistance training.

 

  • Nutrizione: una strada per migliorare la performance e la salute in generale è quella di perdere massa grassa e incrementare quella muscolare. Quest’ultima non solo è più funzionale nei movimenti ma è anche metabolicamente molto attiva. Ciò avviene variando la spesa energetica e l’introito alimentare, fattori predisponenti per la modificazione delle suddette variabili. Attualmente, si ritiene che gli effetti benefici dell’attività fisica sullo stato di salute dipendano più dalla modificazione della composizione e della funzionalità della FFM (massa magra) che dalla riduzione della FM (massa grassa).

 

 

Composizione corporea e performance sportiva

La composizione corporea è un aspetto fondamentale che non può essere trascurato nello sport. Negli sport dove il peso corporeo deve essere trasportato (corsa di distanza, ciclismo, sport con salti..), un fisico magro ed un quantitativo minimo di grasso può dare un vantaggio competitivo, questo perché la ripetizione di un gesto ciclico protratto nel tempo deve essere svolto in condizioni di massima “economia” da parte dell’organismo, e ogni kilogrammo in più di grasso risulta essere per l’atleta come una zavorra che rallenta la corsa verso il traguardo. Inoltre c’è anche da precisare che un atleta più grasso deve, rispetto ad uno più magro, affrontare un ulteriore dispendio energetico mentre si trova in condizione di stress dovuto all’attività fisica che sta svolgendo. Leggermente diverso è il discorso per alcuni sport di squadra dove la posizione di gioco può richiedere strutture fisiche peculiari, es. un centrale di difesa può avere una FM maggiore rispetto al terzino/l’ala che deve correre più velocemente e quindi avere un minor livello di grasso/peso corporeo. Negli sport invece che richiedono categorie di peso si rende necessario a volte una riduzione del peso. Con una certa frequenza si assiste a manipolazioni alimentari drastiche, che portano inevitabilmente ad un catabolismo della massa muscolare ed al calo della prestazione fisica e mentale. In questi casi sarebbe opportuno gestire razionalmente gli allenamenti e approcciarsi alle diete in modo razionale, con i giusti tempi, iniziando la preparazione alcune settimane o addirittura mesi precedenti la competizione, senza ridursi all’ultimo periodo pregara. Si eviteranno così inutili e pericolosi squilibri elettrolitici ed energetici dannosi per la salute e la prestazione dell’atleta.

 

 

 

 

Bibliografia:

  • Secular trend: morfology and performances -Adrien Sedaus e coll.
  • Reference values for body composition and anthrompometric measurement in athletes -Diana Santos e coll.
  • Lezioni “Specialistica” Alma Mater Studiorum -Università di Bologna-

 

 

 

I benefici dell’allenamento: sirtuine e attività fisica

Ruolo dell’attività fisica nell’attivazione di molecole anti-invecchiamento, le Sirtuine

Donatella Pastore PhD

Università degli Studi di Roma Tor Vergata

 

 

 

Gli studi scientifici parlano chiaro: svolgere una regolare attività fisica favorisce uno stile di vita sano, con notevoli benefici sulla salute generale della persona. L’attività fisica è un vero e proprio strumento di promozione della salute, non solo nelle persone giovani, ma soprattutto nelle fasce di età più avanzata. I benefici che la pratica di attività fisica può fornire sono molteplici e si riferiscono al rallentamento dei normali processi di invecchiamento fisiologico, di prevenzione della comparsa di patologie e disturbi cronici, di salvaguardia dell’autonomia personale dei singoli cittadini. Tutte queste considerazioni sono fondamentali per suscitare interesse nella promozione dell’attività fisica da parte di tutte quelle figure professionali che sono coinvolte nel campo della salute pubblica.  Nell’articolo che segue verrà illustrato in modo semplice e di immediata comprensione, anche per chi non è prettamente del settore scientifico, il ruolo di molecole molto investigate e studiate nell’ultimo decennio, da molteplici gruppi di ricerca nel mondo, le Sirtuine. Queste molecole sono coinvolte nei processi che ritardano il manifestarsi di malattie tipiche dell’invecchiamento e in quelli che estendono la durata della vita [1]. Le Sirtuine vengono attivate da una corretta attività fisica, un’alimentazione sana, fresca, bilanciata e non eccessiva (restrizione calorica) e, farmacologicamente, dall’assunzione di polifenoli (presenti nel the e nel vino) e derivati. Più precisamente, si dovrebbe dire, senza fare false promesse, che queste molecole possono essere potenziali strumenti per vivere una vita sana più a lungo.

 

 

 

 

 

Le sirtuine (SIRTs) costituiscono una famiglia di proteine ad attività enzimatica, estremamente interessanti perché coinvolte nel metabolismo energetico, nei sistemi cellulari che ritardano l’invecchiamento (aging) e in quelli che aumentano la durata della vita (lifespan) mediante la restrizione calorica (CR) e conseguente riduzione dello stress ossidativo, fenomeno responsabile dell’invecchiamento cellulare. Svolgono molteplici funzioni, infatti sono in grado di regolare il ciclo cellulare, inibire l’apoptosi (morte cellulare programmata), intervenire nella riparazione del DNA, controllare la risposta allo stress ossidativo e influenzare l’omeostasi del glucosio e la secrezione insulinica. Possiamo distinguere sette diverse SIRTs (SIRT1-SIRT7) all’interno di questa famiglia, che differiscono per la localizzazione all’interno della cellula (possono trovarsi nel nucleo, nel citoplasma o nel mitocondrio) e le funzioni che svolgono  [2]. Le SIRTs hanno conquistato una grande attenzione nel mondo scientifico e non, grazie alla loro capacità di incrementare la durata della vita di piccoli modelli animali, usati negli studi in vivo effettuati in moltissimi laboratori di ricerca. E’ bene specificare che mentre gli effetti sull’uomo delle SIRTs sulla lifespan, sono ancora materia di discussione nel mondo scientifico, al contrario, il ruolo delle SIRTs nel contrastare i processi di aging, o meglio nel permettere di” invecchiare bene”, più tardi possibile e in buona salute, quindi nel favorire il benessere fisico, sono ampiamente accettati e dimostrati. Inoltre, queste proteine meritano grande attenzione perché sono dei veri e propri sensori metabolici e mediatori della sopravvivenza cellulare in particolari condizioni di stress, quali ad esempio CR ed esercizio fisico, nelle quali, si ha un conseguente aumento dell’attività di queste proteine in circolo. In particolare, la mia analisi sarà focalizzata sulla relazione tra SIRTs (in particolare la SIRT1 e la SIRT3) invecchiamento ed esercizio fisico.

Esistono studi effettuati su soggetti umani che dimostrano un ruolo chiave delle SIRTs nel mediare la risposta adattativa all’esercizio fisico.  L’esercizio fisico regolare è in grado di modulare l’attività di queste interessanti proteine. In particolare, durante l’attività fisica nel muscolo scheletrico sono necessari degli adattamenti funzionali e strutturali per migliorare la performance, come la sintesi di nuovi mitocondri, (la centrale elettrica delle nostre cellule), con conseguente aumento del consumo di ossigeno, aumento della soglia del lattato,  cambiamento nell’utilizzazione dei substrati, orientato verso una maggiore ossidazione degli acidi grassi con uno switch di utilizzo dalle fibre muscolari glicolitiche a contrazione veloce, a quelle ossidative a contrazione lenta, tutti fattori limitanti per una buona performance. Le SIRTs potrebbero essere i regolatori primari di questi cambiamenti, influenzando la capacità ossidativa dei mitocondri (con conseguente impatto sul parametro della VO2max), percependo le perturbazioni chimiche indotto dall’esercizio. Infatti le SIRTs regolano l’attività di molti enzimi metabolici coinvolti nel ciclo di Krebs’s, nella catena di trasporto dei mitocondri e nel ciclo dell’urea [3]. Ad esempio, studi effettuati sull’uomo, hanno dimostrato che la SIRT3, che si trova nei mitocondri delle nostre cellule, subisce un significativo incremento in seguito ad attività fisica, prevenendo e rallentando il declino della capacità ossidativa mitocondriale del muscolo scheletrico, tipico processo che avviene con l’invecchiamento o secondariamente all’inattività fisica. Attivando gli enzimi mitocondriali coinvolti nel metabolismo dell’ossidazione degli acidi grassi e nella catena di trasporto degli elettroni, SIRT3 induce un aumento del metabolismo energetico mitocondriale e riduce inoltre la formazione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) responsabili dello stress ossidativo a livello cellulare. Deficit mitocondriali associati con l’invecchiamento e le patologie neurodegenerative annesse (Alzheimer, Huntington, Parkinson), potrebbero quindi essere rallentati o addirittura impediti dall’attivazione delle SIRT3 mediante esercizio fisico [4]. E’ bene ricordare che l’invecchiamento è il risultato di una serie di interazioni tra fattori ambientali (stile di vita), genetici, epigenetici e anche stocastici che generano la perdita dell’integrità e dell’accuratezza dei processi molecolari, nonché l’accumulo di danni nelle cellule e nei tessuti dell’organismo umano che invecchia e che diventa sempre più soggetto a patologie tipiche dell’età avanzata, come il diabete mellito di tipo 2, il cancro, patologie cardiovascolari e neurodegenerative. Per questi importanti e non trascurabili motivi, l’attivazione delle SIRTs rappresenta un potenziale meccanismo molecolare attraverso il quale l’esercizio fisico, può rallentare i processi degenerativi tipici dell’invecchiamento, permettendo di migliorare la qualità della vita. Sebbene esistano ancora pochi studi effettuati sugli uomini, quelli presenti in letteratura dimostrano che anche SIRT1(attiva nel nucleo) viene up-regolata nel muscolo scheletrico ed è quindi responsiva all’esercizio fisico. In particolare studi effettuati su ratti da Koltai e collaboratori, hanno dimostrato che l’esercizio fisico (treadmill running) induce un incremento significativo dell’attività di SIRT1 nel muscolo scheletrico di animali giovani “young”, ma soprattutto nei muscoli di quelli vecchi “old”. Con l’invecchiamento il muscolo scheletrico, così come altri tessuti, accumula danni dovuti allo stress ossidativo. L’esercizio regolare induce un aumento delle difese antiossidanti mediante l’attivazione di SIRT1. L’esercizio fisico ristabilisce la fisiologica attività di SIRT1, che si attenua con l’invecchiamento. Lo studio ha dimostrato inoltre che l’allenamento fisico su animali “old”, incrementa la biogenesi mitocondriale e tutti quei cofattori enzimatici necessari per la corretta attività di SIRT1, riportandoli a livelli comparabili a quelli presenti nel muscolo degli animali young. Questi studi effettuati sui roditori hanno chiaramente dimostrato che l’esercizio decelera il processo di aging a livello del muscolo scheletrico, mediante attivazione di SIRT1 [5]. Anche nell’uomo esistono studi molto interessanti effettuati dal gruppo di ricerca di Costford che hanno dimostrato che in soggetti sedentari non obesi, l’esercizio fisico effettuato per 3 settimane, induce un significativo aumento delle molecole necessarie all’attivazione di SIRT1, con conseguente aumento della biogenesi mitocondriale, dimostrando che SIRT1 risulta essere responsiva all’esercizio [6]. L’attività delle SIRTs è fortemente influenzata dall’età, come dimostra uno studio effettuato da Villanova e collaboratori su soggetti appartenenti a diverse fasce di età. Nello studio sono stati arruolati quindici donatori sani di differenti fasce di età (18-30, 30-40, 40-50,50-60 anni) e quindici atleti professionisti (18 anni) del team maschile italiano di canottaggio. L’attività delle SIRTs è stata valutata tramite prelievo ematico (estraendo le cellule PBMC). Lo studio ha dimostrato che l’attività delle sirtuine misurata nel sangue, incrementa dai 18 ai 40 anni e decrementa nei successivi venti anni. Il picco massimo si ha nella fascia 30-40, seguita da quella 18-30. Gli atleti professionisti mostravano un significativo aumento dell’attività delle SIRTs, se comparati ai soggetti della stessa età che non effettuavano attività fisica e in particolare l’attività delle SIRTs negli atleti era paragonabile a quella che si ha nella fascia 30-40, in cui si raggiunge il picco massimo. Questo studio è sicuramente interessante, ma purtroppo limitato, perché si riferisce solo ad una fascia di età, quindi può dare solo qualche indicazione (Figura 1) [7].

 

 

 

 

 

Concludo che, sebbene non esistano elisir di lunga vita, le Sirtuine potrebbero rappresentare lo strumento con il quale l’esercizio fisico è in grado di contrastare i danni ossidativi e non solo, correlati al processo di invecchiamento.  Non possiamo impedire al nostro corpo di invecchiare, ma possiamo fare in modo che l’età anagrafica non corrisponda esattamente con quella biologica.

Nella figura 2, per una maggiore comodità del lettore, sono rappresentati schematicamente gli effetti benefici indotti dall’attività fisica mediante attivazione delle Sirtuine.

 

 

 

 

Bibliografia

 

  1. Hubbard, B.P.; Sinclair, D.A. Small molecule sirt1 activators for the treatment of aging and age-related diseases. Trends Pharmacol Sci 2014, 35, 146-154.
  2. Lappalainen, Z. Sirtuins: A family of proteins with implications for human performance and exercise physiology. Res Sports Med 2011, 19, 53-65.
  3. Pucci, B.; Villanova, L.; Sansone, L.; Pellegrini, L.; Tafani, M.; Carpi, A.; Fini, M.; Russo, M.A. Sirtuins: The molecular basis of beneficial effects of physical activity. Intern Emerg Med 2013, 8 Suppl 1, S23-25.
  4. Kincaid, B.; Bossy-Wetzel, E. Forever young: Sirt3 a shield against mitochondrial meltdown, aging, and neurodegeneration. Front Aging Neurosci 2013, 5, 48.
  5. Koltai, E.; Szabo, Z.; Atalay, M.; Boldogh, I.; Naito, H.; Goto, S.; Nyakas, C.; Radak, Z. Exercise alters sirt1, sirt6, nad and nampt levels in skeletal muscle of aged rats. Mech Ageing Dev 2010, 131, 21-28.
  6. Costford, S.R.; Bajpeyi, S.; Pasarica, M.; Albarado, D.C.; Thomas, S.C.; Xie, H.; Church, T.S.; Jubrias, S.A.; Conley, K.E.; Smith, S.R. Skeletal muscle nampt is induced by exercise in humans. Am J Physiol Endocrinol Metab 2010, 298, E117-126.
  7. Villanova, L.; Vernucci, E.; Pucci, B.; Pellegrini, L.; Nebbioso, M.; Mauri, C.; Marfe, G.; Spataro, A.; Fini, M.; Banfi, G., et al. Influence of age and physical exercise on sirtuin activity in humans. J Biol Regul Homeost Agents 2013, 27, 497-507.

 

 

Una testimonianza diretta della dieta chetogenica

Una testimonianza diretta della dieta chetogenica

di Federico Sirna  Campione italiano MSCF

Studente in Sc. Motorie Un. Tor Vergata Roma

 

Concludiamo la nostra dissertazione sulla dieta chetogenica, preceduti dai due articoli su Resistance Training circa le note a favore e dolenti di quest’ultima. Vorrei contribuire a questi approfondimenti con la mia testimonianza diretta di tale regime alimentare: la dieta chetogenica per l’appunto.

La premessa d’obbligo, prima di addentrarmi nel racconto della mia testimonianza è che questo articolo non ha la pretesa di essere un “vademecum” sull’approccio a codesto regime alimentare bensì una testimonianza di un atleta , con relative sensazioni, vantaggi e svantaggi che si sono presentati strada facendo. Non meno importante è il fatto che io non sia un venditore di integratori alimentari ne di mode alimentari, non traendo quindi alcun vantaggio dal raccontarmi tale esperienza se non per il piacere di una condivisione di una esperienza.

Fatte le dovute premesse, cominciamo.

Ho seguito il regime di dieta chetogenica per 120 giorni, vale a dire 4 mesi esatti in corrispondenza di una sfida che mi ero proposto; gareggiare e correre dignitosamente una gara di endurance. La mia scelta, in apparenza folle, di approcciarmi a tale regime, derivava dal fatto che, preferire una alimentazione prevalentemente lipidica mi avrebbe o avrebbe dovuto garantirmi prestazioni migliori, soprattutto sulle lunghe distanze, ove il consumo e il ripristino  di zuccheri, non avviene con la stessa efficacia del consumo lipidico.

Il limite di zuccheri che mi ero imposto era di circa 20 grammi max/ die, il 75% delle calorie rimaste derivava da fonti lipidiche , il 25% da protidi.

Durante la prova ho cercato di ruotare per quanto possibile le fonti lipidiche attendendomi a: olio EVO, burro, frutta secca in minima parte, olio di semi di lino.

Per le fonti proteiche carni bianche, uova intere, pesce, pochissima carne rossa.

 

( nella foto a sinistra, durante il periodo di tale dieta, peso di circa 68 kilogrammi, 13 U.A settimanali di cui 2 con ausilio di Resistenze)

 

Dalla dieta ho escludo insaccati, carni in scatola, latticini et similia.

Gli allenamenti erano circa 13 a settimana, un numero essenziale per permettermi di migliorare o incrementare i volumi di lavoro necessari negli sport AEROBICI e in quelli stimolanti QUALITA MOTORIE.

I PESI hanno avuto un ruolo marginale: 2 U.A settimanali in full body, con una leggera enfasi sulla parte superiore del corpo. Lavori che mai hanno superato le 9 ripetizioni e mai sono scesi sotto le 5. L’obiettivo del lavoro con resistenza era quello di alzare o quantomeno mantenere i livelli di forza, che consideravo e considero, il parametro numero 1 per comprendere dove sta andando il nostro lavoro.

 

(  durante tale periodo, le sedute coi pesi ebbero un ruolo marginale, fu una prova ed esperienza diretta che ebbe però un utilità sia negli allenamenti che nel mio futuro di studente, atleta e formatore).

 

SENSAZIONI

Durante le notevoli e infinite attività aerobiche non ho notato differenze, se non vantaggi derivanti da una corsa mai appesantita da digestione ne perdita di focus o motivazione durante il lavoro. I tempi non hanno subito decrementi, gli infortuni non vi sono mai presentati e la stanchezza veniva ben assorbita e gestita.

Per il discorso del resistance training è invece differente: ho notato, avendo scorte di glicogeno limitate, che il lavoro coi pesi doveva essere il più breve possibile, il più intenso possibile e il più DURO possibile.

Mentzer mi è venuto in aiuto; HD pareva fatto apposta per la mia situazione; basso dispendio calorico, necessità di esasperare il lavoro dentro la serie, volendone a tutti i costi ritardare l’uscita da quest’ultima. Poca preoccupazione, anzi nulla, per la variabile “rest”. Se l’obiettivo è la massima intensità generabile, poco conta il recupero.  Metodo spesso frainteso e che meriterà da parte nostra un articolo chiarificatore.

 

Viceversa se provavo ad alzare il volume, le sensazioni erano sgradevoli: senso di debolezza, di acqua che saliva troppo velocemente, recuperi  muscolari difficoltosi.

Viceversa il lavoro in HD mi permise con un’ora alla settimana un dignitoso mantenimento della condizione fisica.

IL peso del corpo scendeva fino a raggiungere in prossimità dell’evento e della fine della prova sulla Cheto i 67,500 kg, il più basso della mia vita. Questo mi portò ad un indubbio vantaggio funzionale, la leggerezza nella corsa e in tutto il resto.

LA FASE DI USCITA

Terminata la dieta chetogenica, capii che il macronutriente dei carboidrati andava inserito gradualmente. Senza troppi fanatismi, mi imposi una partenza a 50 grammi die, che raddoppiavo ogni 10 giorni circa, fino a stabilizzarmi intorno ai 400 grammi, quota che poi mantenni.

UNA CRITICA E CONSIDERAZIONI FINALI

Malgrado i risultati parzialmente positivi, la critica che muovo alla chetogenica – ed a tutti i regimi distorti o o esclusivi a cui spesso si sottopongono certi culturisti-  è la sua insostenibilità nell’ambito sociale. Non accettare un invito a cena, vivere con una pressione costante circa l’impossibilità di consumare alcune categorie di cibi, alla lunga, diviene un fardello. Senza dubbio molti estremisti della nostra disciplina storceranno il naso; sappiate che non me la prendo, anzi, vi comprendo. Ma se la valenza dello sport è garantire una chiave di accesso alla società, se lo sport e la sua pratica sono o dovrebbero essere strumenti di aggregazione e condivisione sociale e non un eremo per guerrieri del ferro ( quanto vi piace quando vi chiamano così… ma guerrieri “de che”?), un “buen ritiro” da cui criticare gli altri, una auto-ghettizzazione che ha portato la cultura fisica odierna ha essere quella che è, un circo in preda a federazioni proponenti parametri di giudizio quantomeno discutibili, vendita all’ingrosso di integratori nella idea di andare a corroborare certi regimi alimentari “disagiati”, e regimi alimentari degni di un autismo auto-indotto,  masse di ragazzi prede delle ultime metodiche oltreoceano. La verità è a un palmo dal naso invece, basta cercarla e studiarla, ecco io inserisco la dieta chetogenica nel campo del bodybuilding in questo calderone, da cui consiglio stare alla larga. Spero di aver indotto qualche atleta ad una riflessione. Invito comunque tutti ad una seria selezione delle proprie fonti di informazioni.