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Sezione Allenamento

Il pull-over con manubrio

L’autore dell’articolo dott. Vincenzo Pieretti, laurea in scienze motorie, laurea magistrale in scienze e tecniche sportive.


E’ un esercizio attualmente sottovalutato.  Nei programmi classici era molto più frequente. I benefici derivanti dalla sua costante esecuzione sono notevoli, anche se non in prima linea come costruttore di massa muscolare.  Vanno dall’incremento della mobilità articolare all’ampliamento della gabbia toracica. Obiettivi non secondari per tutti ma in special modo per “over” e “junior”. Coinvolge numerosi distretti muscolari e può essere inserito sia all’inizio della seduta per “riscaldamento” dell’articolazione della Spalla, sia come rifinitura dei contorni dei grandi muscoli  del torace; i G. Pettorali  dei G.Dorsali ed il G. Rotondi. La posizione delle braccia leggermente extraruotate che consigliamo, oltre che proteggere maggiormente la spalla da lussazioni, contribuisce a determinare il massimo allungamento  degli intrarotatori  sempre fortemente esercitati in accorciamento e con pesanti esercizi


Obiettivo: funzionalità della spalla, espansione della gabbia toracica.

Articolazioni interessate                                                                      

  • Cingolo scapolare

    figura 1

  • Condro-costale

                                                                                                             Motori del movimento                                                                              

  • Gran Dorsale
  • Tricipite brachiale (capo lungo)
  • Gran Rotondo
  • Capi sternali del Gran Pettorale

 

Biomeccanica del Pull’over: Fig.1 –> Con la lettera A la componente di trazione determinata dai capi costali del G. pettorale.  Con B del G. Rotondo. D la resistenza, il manubrio.


Esecuzione:

Ci si posiziona supini su una panca piana con i piedi poggiati sulla stessa. Si impugna il manubrio con le mani posizionate in modo convergente tra loro, i gomiti leggermente flessi,  vicini ed in leggera  extrarotazione. Con il manubrio sulla verticale delle spalle dopo una vigorosa inspirazione si estendono  le braccia leggermente flesse senza tensioni sul gomito. Si mantiene la posizione di massimo allungamento sul prolungamento dell’asse del corpo per un paio di secondi  poi si risale lentamente espirando e avendo sempre l’accortezza di non variare l’angolo Avambraccio/Omero e mantenendo i gomiti vicini.

Nota:

I piedi sulla panca permettono di rilassare i Retti Addominali quindi evitano che la struttura sia in tensione, ciò rende possibile massimizzare l’espansione toracica.  La leggera extrarotazione mantiene in tensione gli intrarotatori, G. Pettorali  in special modo, i primi responsabili del sollevamento delle coste, in addizione alla spinta interna della inspirazione. E’ una posizione che consigliamo comunque. Sconsigliamo la posizione di traverso sulla panca con le sole spalle poggiate, il bacino basso e la spina fortemente lordizzata. La resistenza utilizzate deve essere bassa, poichè non è l’ipertrofia muscolare l’obiettivo dell’esercizio.

Varianti

Permettono di precisare il lavoro su obiettivi ristretti. Ad esempio può essere utilizzato per “allungare” il Piccolo Pettorale responsabile, quando è eccessivamente tonico, di mantenere eccessivamente abdotta ed in avanti la Scapola contribuendo ad una posizione di intrarotazione delle braccia ed infine all’atteggiamento di chiusura visibile in molti giovani. Il Piccolo Pettorale è un muscolo triangolare che origina dalle parte cartilaginea della 3° , 4° e 5° costa e si inserisce nell’apofisi Coracoide. L’allungamento quindi avviene quando la Scapola retroposta e le Coste abbassate.  Per ottenere ciò,  si esegue  l’esercizio con l’accortezza di invertire la respirazione, ossia espirando mentre si estende l’Omero oltre la testa, ottenendo un abbassamento delle Coste e lo spostamento indietro della Scapola. Per questo obiettivo, le gambe possono essere poggiate a terra ed i retti contratti in maniera di tenere ben fisse e in posizione “bassa” le coste.

Conclusioni

Come abbiamo visto le funzioni di questo esercizio sono molteplici, l’ultima è quella ipertrofica, infatti RT sconsiglia l’uso di elevati carichi, mentre più rilevanti sono sicuramente le funzioni correttive che esercita sulla struttura. E’ quindi consigliabile alla maggior parte degli utenti in sala pesi, soprattutto a persone con ridotta mobilità Scapolo-Omerale, con il torace stretto o con lievi atteggiamenti paramorfici come una ipercifosi dorsale.

(Il video dell’esecuzione dell’esercizio è visibile sul sito)

Lo Stacco da terra, ma anche no.

A cura del prof. Filippo Massaroni

Gli esercizi per la forma e la condizione rappresentano i mezzi per raggiungere questi due obiettivi. La prima maggiormente legata all’aspetto estetico, la  seconda maggiormente orientata alla prestazione. L’esercizio per la forma ha la caratteristica di avere come targhet un muscolo ben preciso per esaltarne il volume e la forma, il secondo enfatizza la prestazione complessiva della catena motoria articolare nel suo complesso, ponendo la forma in subordine. Non avere chiari i limiti degli uni e degli altri può mettere in forse i risultati attesi e sottovalutare i rischi dei sovraccarichi. Entrambi inoltre per essere attuati devono spendere energie e richiedere l’adattamento dei sistemi sovrastanti.

Introduzione tecnica

Se l’esercizio è scelto per migliorare la condizione, fatta salva la corretta esecuzione, l’obiettivo è incrementare il livello delle capacità condizionali che lo supportano. Se è per la forma e specificatamente quella di un singolo gruppo muscolare, la scelta deve essere fatta in maniera che la maggior parte del lavoro sviluppato con l’esercizio venga svolto dal gruppo muscolare targhet. Perché questo avvenga si debbono realizzare alcune condizioni. Generalmente un muscolo controlla, con altri, la “apertura-chiusura” di una articolazione. Quindi se un esercizio è scelto per questo/i gruppo muscolare deve interessare principalmente questa articolazione. Se l’esercizio per la sua esecuzione è composto da una catena articolare multipla, l’articolazione che interessa principalmente deve trovarsi nella migliore posizione per svolgere la sua parte di lavoro. Analizziamo in breve cosa è un esercizio per comprendere meglio questo concetto. Gli attori sono due, la catena motoria che produce la potenza e la Resistenza (R) prodotta dall’attrezzo o dal peso del corpo.  Si attuano entrambi attraverso un sistema di leve. Questa “macchina” ha un punto fisso o fulcro che rappresenta il centro di un cerchio, sulla circonferenza del quale si sposta l’altro capo della leva.  Nella fig.1 è evidente come il gomito sia il fulcro della leva, l’avambraccio l’asse, il semicerchio la traiettoria lungo la quale si muove la resistenza, il cerchietto in azzurro. La biomeccanica ci dice che il muscolo divide la resistenza con l’asse ovvero le ossa ed i tendini dell’avambraccio. Il lavoro minimo del bicipite è nella prima parte della flessione e nella parte finale, mentre è massimo nell’angolo delimitato dai due segmenti in rosso. Non è che il peso scompaia ma dove è minimo per il muscolo è “scaricato” sul fulcro, qui il gomito e viceversa. E’ quindi evidente che nella parte finale in alto, sopra il superiore segmento rosso, il bicipite lavori poco mentre il peso sul gomito sia massimo, spingendo l’avambraccio a “lussare”, evento frenato dalla contrazione dei flessori. Questa è una sensazione che abbiamo esperito tutti.  In pratica maggiore è la distanza verticale della resistenza dal fulcro, maggiore è l’impegno muscolare e minimo sul fulcro della leva. Questo fatto è indicato dalla linea nera orizzontale in fig.1.

Analisi dello Stacco da terra

Non ci stancheremo mai di ripetere che la scelta dell’esercizio è l’operazione di massima difficoltà nel RT dove l’obiettivo è ben determinato. Spesso si vedono assegnati gli stacchi da terra come esercizio ottimo per i G. Glutei. Per questo, di base nei programmi delle ragazze. La teoria non conferma la bontà di questa scelta. Tenendo in mente l’esempio in fig. 1 è evidente che nella parte finale dello stacco l’intervento del muscolo targhet ovvero il G. Gluteo è minimo mentre la resistenza preme fortemente sulla bassa schiena. E’ invece un ottimo esercizio per il G. Gluteo specialmente la parte bassa di questo. Alle ragazze andrebbe detto. La parte alta del G. Gluteo è maggiormente sollecitata se la resistenza è massima quando l’articolazione dell’Anca è in massima estensione. L’assegnazione dello stacco diviene ancor meno comprensibile nel RT per la Forma quando si adotta la variante “Sumo” dove la “resistenza” sull’Anca è ancora minore, ma rimane uguale la pressione sulla bassa schiena. Cosa che si spiega ancor meno come esercizio nelle ragazze.  Gli esercizi che concentrano lo stimolo sulla parte alta del G. Gluteo sono le estensioni dell’anca eseguite sull’ attrezzo apposito. Il grafico che segue è tratto da rilievi elettromiografici. Mostra come nel good-morning (fig.6) la contrazione massima si ottiene a busto parallelo al pavimento e minima a busto verticale. Nell’ iperextension di fig. 4 è esattamente il contrario e come dicevamo la condizione migliore per i Glutei parte alta.

 

Ripetiamo che la migliore condizione la si ottiene quando la massima resistenza fornita dall’esercizio si verifica alla massima estensione dell’anca. L’esercizio del good-morning  è pressappoco equivalente allo stacco da terra, con un minore intervento dei quadricipiti ed un maggiore degli Ischiocrurali. Concludiamo dicendo che assegnare lo stacco da terra come esercizio migliore per i G. Glutei , tenendo conto della loro forma estetica, non la consideriamo una scelta ben pensata. Se il programma prevede qualche serie di squat, appare veramente eccessivo. Inoltre nell’ottica del fitness la valutazione dei rischi conseguenti all’esercizio specifico deve essere di primaria importanza, e nello stacco ce ne sono. Diciamo che non vediamo proprio il motivo di tanti stacchi che osserviamo eseguire (sorvoliamo sulla esecuzione) nei club di fitness.

 

Spinte sopra la testa con bilanciere

a cura del dott. Vincenzo Pieretti

E’ un importante esercizio per tutti i muscoli della spalla ed il recupero di atteggiamenti paramorfici
(cifosi e scapole alate) presenti frequentemente nei giovanissimi a causa del loro stile di vita. Fondamentale
è la funzione che ha nel prevenire e contrastare il naturale decadimento delle strutture (tendini, legamenti,

capsule…) con ricadute negative sulla postura negli adulti dopo i 40-50 anni. L’esercizio non è il migliore in
assoluto per il G. Deltoide ed il Tricipite, i due maggiori “motori” ma lo è per la funzionalità della spalla nel
suo insieme. Il valore della resistenza è di secondaria importanza specialmente nei giovanissimi e negli
“over”. Nei principianti è importante verificare con l’osservazione la funzionalità del movimento. L’esercizio
con la sola barra è buono per il “riscaldamento” dell’articolazione prima di esercizi più impegnativi. In tutti e due i

casi impegnarsi nel perfezionare l’esecuzione.

Articolazioni interessate:
-Spalla
-Gomito
-Spina toracica
-Polso
Catena cinetica muscolare:
– Chiusa (con bilanciere)
Muscoli primari reclutati:

-Deltoide (D)
-Trapezio (T)
-Dentato anteriore /De)
-Tricipite Brachiale (Tr)
(prevalentemente con bilanciere)

 

-Estensori della Spina (E)

 

Esecuzione: In piedi con le Ginocchia un poco flesse e i Glutei leggermente contratti (senza che ciò comporti
un’inversione della fisiologica lordosi lombare) per l’intera esecuzione, si afferra il bilanciere da un appoggio
con un’impugnatura poco più larga delle spalle ed i gomiti bassi prossimi ai fianchi. Da questa posizione di
partenza (A) si spinge il bilanciere da sopra il peso alla verticale delle spalle (B). Per massimizzare lo stimolo
e minimizzare i rischi. il movimento dei gomiti dovrà essere prossimo al piano sagittale. La flessibilità della
spalla è essenziale per una buona esecuzione. Quando il bilanciere oltrepassa l’altezza degli occhi, va spinto
verso dietro ed il torace spinto in avanti.
Nota. Nello spingere il bilanciere sopra la testa, se i gomiti hanno difficoltà a rimanere nel piano sagittale
ma sono obbligati ad intraruotare, è il segno di intrarotatori (G. Pettorale, G. Dorsale, G. Rotondo)
eccessivamente tonici. Provvedere con esercizi specifici di stiramento.

Il punto sulla dieta chetogenica, un articolo a sfavore. Articolo a cura del Dr Filippo Massaroni

I limiti della dieta chetogenica

 

 

La classica dieta chetogenica è costituita da % intorno dal 70-80%  in grassi delle kcal totali. Il 10-15% di proteine e solo il 10-15% di carboidrati (CHO) . Il che vuol dire quantità spesso inferiori a 50g di CHO/g. Per intenderci ∼ 2 banane. Questo per produrre una quantità di corpi chetogeni (CC) che giustifichi uno stato di chetosi nutrizionale (livello di CC > 0,5mmol/L). A quote > di 4mmol il cervello, il massimo consumatore di glucosio a riposo, inizia a metabolizzarlo.

 

 

 

Tabella 1 Confronto di valori ematici nelle diverse condizioni.
Valori ematici Normodieta Chetodieta Cheto acidosi patologica
Glucosio 80-120 65-80 >300
Insulina 6-23 6.6-9.4  ≌0
CC in mmol/L 0.1 7/8 >25
pH del sangue 7.4 7.4 <7.3

 

( da Paoli su SdS)

 

La chetosi è una condizione esclusivamente umana. Questo riporta con molta probabilità agli eventi della storia evolutiva della specie. Quando il peso del cervello è passato da poco più di 400g a 1.400g  creando un conflitto tra quest’organo ed i muscoli sul bisogno di energie. Questo ha selezionato vie parallele di approvvigionamento di energie più veloci e possibilmente simultanee. Una di queste è appunto la via dei corpi chetonici. Una seconda è la neoglucogenesi a partire dalla demolizione degli aminoacidi, in particolare l’Alanina ed gli A. Ramificati. Nei classici lavori di Phinney eseguiti su ciclisti a regime DK su esercizi al 60-65% del Vo2 max, s’è messo in evidenza un maggior utilizzo di CC/grassi con sostanzialmente alcuna variazione sulla performance aerobica. Gli autori riconoscevano “uno strozzamento delle funzioni in prossimità del Vo2max ipotizzando una possibile limitazione nelle performance a carattere anaerobico. Più di recente Volek in maratoneti e Ironman a dieta a forte limite di carboidrati – CHO 10%, pro 19% e grassi 70% – ha rilevato tassi di ossidazione dei grassi mai rilevati, in pratica una quantità doppia rispetto al gruppo a dieta normale. Il problema per gli atleti di Resistance Training non è la fonte quanto la potenza della fonte. Per potenza intendiamo la possibilità di rifornimento nell’unità di tempo. Per i loro bisogni energetici, alta richiesta di energie nell’unità di tempo, la produzione di ATP dalla fonte grassi è comunque troppo lenta e l’intervento della glicolisi rimane importante. E’  proprio questa ultima la fonte principale degli esercizi nel range del resistance Training. Richiesta notevolmente superiore alle capacità massime del Vo2max. Nonostante i punti a favore della DK siano diversi

  • riduzione dell’appetito
  • riduzione dei meccanismi di lipo-sintesi
  • aumento della spesa energetica totale col maggior contributo della neo-glucogenesi, e dell’azione termica dei processi metabolici a carico delle proteine

 

portando l’attenzione sui bisogni specifici del RT, un eccesso di riduzione dei CHO può avere ricadute negative prima sulla prestazione poi sulla massa magra.

 

In bibliografia citiamo due lavori del Dr. Paoli. Il segnato col n.1  è molto dettagliato e consultabile su Strength & Conditioning n.7. Un pò discosto dalla DK descritta in apertura è stato somministrato  ad un gruppo di ginnasti. I valori dei nutrienti erano : CHO 22g, pro 201g e grassi 121g. Per contrastare la natriemia conseguente ai bassi livelli di Insulina, è stato necessario un supplemento di cloruro di sodio di 3-5g/g e 2/3 g di potassio. La durata della prova 30 gg. Un periodo sufficientemente lungo. In questo periodo la forza esplosiva è rimasta ai livelli di partenza,  la massa grassa  è diminuita ma anche la massa magra. Il vantaggio di questo regime nel RT livello di prestazione non c’è stato ma si è mantenuto il livello di potenza necessaria ai ginnasti. Diete con queste % più che DK sono denominate più correttamente a bassa % di CHO.

Riguardo la massa muscolare magra

 

il regime di ridotte Kcal senza arrivare agli estremi della DK, potrebbe essere adottato per una riduzione della massa grassa in procinto di una competizione BB o semplicemente in un Fit che desideri una massa muscolare “asciutta”. Qui la conservazione della massa magra dovrebbe essere il primo obiettivo. I dati che seguono sono tratti dal lavoro in bibliografia ( 3) . I ricercatori hanno seguito due gruppi di BB nelle 11 settimane precedenti un Campionato Europeo “natural”. Uno con calorie normali e con un lavoro più alto come volume. Ed un secondo a dieta ristretta di carbo, ma non DK, e aumento di volume di lavoro. Il periodo è stato diviso in tre , T1,T2,T3, dove sono stati eseguiti i test. Si evince che un fattore negativo  e non di poco conto di questo regime è l’abbassamento dei livelli di Insulina.  Questo ormone è fortemente collegato alla sintesi delle proteine ovvero della massa magra attraverso una stretta correlazione con l’IGF-1 evidente nella tabella sottostante.

 

Sebbene le proprietà anaboliche vengano attribuite al GH, è in realtà l’IGF-1 l’ormone anabolico che esegue questo compito. Nella tabella 3  il Competitor A, un bb natural del gruppo “controllato” con una dieta a bassa % di CHO, ed un competitor B a dieta a normale % di carbo. Entrambi ad alto volume di lavoro in fase pregara. La tabella sottostante che segue,  mette in relazione la perdita di massa magra con il ridotto rilascio di Insulina

 

 

 

 

 

 

Sebbene le proprietà anaboliche vengano attribuite al GH, è in realtà l’IGF-1 l’ormone anabolico che esegue questo compito. Nella tabella 3  il Competitor A, un bb natural del gruppo “controllato” con una dieta a bassa % di CHO, ed un competitor B a dieta a normale % di carbo. Entrambi ad alto volume di lavoro in fase pregara. La tabella  che segue mette in relazione la perdita di massa magra con il ridotto rilascio di Insulina 

I ricercatori concludono il lavoro con queste raccomandazioni.

 

Il monitoraggio dei principali ormoni anabolizzanti può aiutare un bodybuilder per evitare perdite di massa muscolare durante le fasi a regime di energie ristrette prima di una competizione. Valori di IGF-I e di insulina molto bassi saranno seguiti da una rapida perdita di massa muscolare; quindi, se le competizioni sono più di 10 giorni di distanza, ci sarebbe una significativa perdita di massa muscolare. Un incremento del consumo di  proteine per l’energia in queste condizioni è discutibile a causa della sottoregolazione dei percorsi anabolici. Stimolare la secrezione di insulina tramite l’ingestione di carboidrati può essere utile perché l’effetto degli aminoacidi sono più alti con alta concentrazione fisiologica di insulina.

 

 

Conclusioni

 

La dieta KT può essere di aiuto in sport a forte carattere aerobico. Con l’accortezza di attivare all’avvicinarsi della gara tutte le fonti di energie, anche quelle depresse ( da basse % di CHO) nel periodo precedente. La somma degli adattamente da DK e ripristino fonti di glucosio può essere positivo. Per gli atleti del fitness muscolare che per i BB competitivi, dove la massa magra è un valore,  i limiti di questo regime sono notevoli. Anche attenuando le distanze dalle medie raccomandate dei vari nutrienti, gli agenti  catabolizzanti sono preponderanti sugli anabolizzanti. Un punto critico sembra essere il passaggio della massa magra sotto il 7,5%(3). Quindi la ricerca della quantità minima di CHO che non deprimano i livelli di IGF-1 ma siano compatibili con una riduzione della massa grassa, ha bisogno di essere ulteriormente approfondita. Una facile soluzione potrebbe essere una riduzione della quantità di grassi nella dieta. Ma non sembra una soluzione così semplice. Continueremo ad interessarci di questo in prossimi lavori. E’ necessario comunque che gli interessati facciano una chiara differenza tra lavori in persone non allenate, che si sottopongono per l’occasione a dieta ed allenamento, allenati, e bb in procinto di una competizione. Trasferire facilmente i risultati di lavori scientifici tra una e l’altra di queste categorie, non è lecito.

 

 

Bibliografia

  • 1) Dieta chetogenica. Facciamo il punto. Paoli Antonio – S&C Anno III n.7
  • 2) Ketogenic diet and phytoextracts. Comparison of the efficacy of mediterranean, zone and tisanoreica diet on some health risk factors.

Paoli A, Cenci L, Fancelli M, Parmagnani A, Fratter A, Cucchi A, and Bianco A.    Agro Food Industry Hi Tech 21: 24–29, 2010

 

  • 3) ANABOLIC AND CATABOLIC HORMONES AND ENERGY BALANCE OF THE MALE BODYBUILDERS DURING THE PREPARATION FOR THE COMPETITION

JAREK MA ¨ ESTU,1 ALON ELIAKIM,2 JAAK JU ¨ RIMA¨ E,1 IVO VALTER,3

AND TOIVO JU ¨ RIMA¨ E 1

 

  • 4) Role of insulin and atrial natriuretic peptide in sodium retention in insulin-treated IDDM patients during isotonic volume expansion.

Trevisan R, Fioretto P, Semplicini A, OpocherG,Mantero F, Rocco S, Remuzzi G, Morocutti A, ZanetteG, Donadon V, Perico N, GioratoC, and Nosadini R.

 

  • 5) Metabolic characteristics of keto-adapted ultraendurance Metabolism 65: 100–110, 2016.

Volek JS, Freidenreich DJ, Saenz C, Kunces LJ, Creighton BC, Bartley JM, Davitt PM, Munoz CX, Anderson JM, Maresh CM, Lee EC, Schuenke MD, Aerni G, Kraemer WJ, and Phinney SD.

Cosa succede al nostro corpo durante l’allenamento? Del Dottor Stefano Ciaraldi

 Cosa succede durante un workout? 

Dr. Stefano Ciaraldi

 

L’esercizio fisico, in generale, è uno dei fattori maggiormente stressanti per l’organismo, soprattutto per il sistema endocrino, che successivamente per semplicità  indicherò come SE. La risposta ormonale all’esercizio garantisce una necessaria risposta fisiologica di tutti i sistemi organici coinvolti e la possibilità quindi di eseguirlo con successo. Durante l’attività fisica il SE viene attivato in una frazione di secondo. Questa risposta è necessaria per garantire un corretto equilibrio alla nuova situazione “interna”. Inoltre gli ormoni non si limitano ad accompagnare il work-out, ma essi svolgono un ruolo determinante in fase di recupero sia a breve che a lungo termine.

Vediamo nello specifico cosa succede durante un work-out cronico, ossia il work-out di un atleta che si allena costantemente. All’interno del suo organismo si creano degli adattamenti a carico di differenti sistemi e apparati coinvolti sia direttamente che indirettamente. Nel soggetto allenato rispetto al soggetto non allenato, si ha un migliore utilizzo degli ormoni secreti, causa anche di una migliore riposta biologica ormonale sia a livello recettoriale che post recettoriale.

  Insulina:

 

L’insulina viene secreta dalle cellule beta del Pancreas in maniera cosiddetta pulsatile in risposta alla concentrazione ematica di glucosio.

I principali effetti dell’insulina si esplicano a carico dei tessuti insulino-dipendenti e questi sono il tessuto muscolo scheletrico ed il tessuto adiposo.

La secrezione di insulina è ridotta durante il work-out in conseguenza sia dell’innervazione adrenergica delle beta cellule, sia per effetto diretto dell’esercizio sull’inibizione della sua sintesi. La riduzione è giustificata anche dal fatto che l’aumentato flusso ematico muscolare comporta un incremento della quantità di ormone che arriva.

La riduzione della quantità di insulina in circolazione è anche in relazione con il forte aumento della concentrazione di ormoni contro-regolatori come la noradrenalina (NA), adrenalina (A), cortisolo (C) e GH. Ora se ci sottoponessimo ad un intenso allenamento anaerobico, otterremmo una forte stimolazione del sistema nervoso simpatico (SNS) che stimola la midollare del surrene a secernere NA e A, mentre la corticale secerne il C, questo è il motivo del perché è sconsigliato l’allenamento con resistenze agli ipertesi non controllati. L’intensità dell’esercizio è responsabile anche della secrezione di GH. Per quanto riguarda gli ormoni gonadici, in condizioni di normalità, possono aumentare dopo un intenso esercizio sub-massimale di intensità (vedi il testosterone), mentre possono essere ridotti da un esercizio prolungato.

Quindi sembrerebbe che il work-out cronico, soprattutto se svolto ad alta intensità, porti ad una riduzione della secrezione di ormoni gonadici in ambo i sessi. Anche il glucagone aumenta durante il work-out in quanto la sua secrezione è mediata dal SNS e quindi beta-adrenergica.

La quantità secreta di glucagone è tanto più elevata quanto più intenso e breve è l’esercizio. Riassumendo, vediamo come un work-out, specialmente se anaerobico, porta ad una forte stimolazione del SNC il quale a sua volta induce a livello della midollare del surrene la secrezione di NA e A, ormoni che stimolano fortemente la glicogenolisi. La corticale invece viene stimolata a secernere il C il quale ha sia un’azione diretta sulla glicogenolisi, sia un’azione diretta sulla neoglucogenesi, ossi far utilizzare all’organismo le proteine muscolari al fine di ricavarne glucosio. Inoltre, incremento del glucagone e del GH porta ad una inibizione della secrezione di insulina visto che gli ormoni sopra citati sono anche detti contro-insulari. Ovviamente più intenso è l’esercizio e più evidente la condizione di cui sopra.

 

Ora si pone un problema; come fanno le cellule a ricevere il glucosio se manca l’insulina? E qui entrano in ballo i trasportatori del glucosio, i famosi Glut. Questi solitamente vengono attivati dall’insulina, ma durante il work-out la contrazione muscolare sopperisce alla mancanza di insulina. I Glut sono una famiglia di proteine, ne sono stati identificati ad oggi 7 isoforme, (ma le prime 4 sono quelle più importanti).

Vediamo in dettaglio queste forme:

–    Glut-1 è il più diffuso, presente praticamente in tutti i tessuti, è localizzato a livello della membrana plasmatica ed è responsabile del trasporto di glucosio insulino-dipendente. E’ localizzato principalmente nel cervello e negli eritrociti.

–    Glut-2 presente nel fegato e nella cellula beta pancreatica. Questo ha la funzione di sensore e regola la secrezione di insulina in base alle variazioni della glicemia.

–    Glut-3 Presente nell’intestino, nei reni ed è un co-trasportatore. E’ responsabile del co-trasporto di sodio-glucosio necessario per il riassorbimento di glucosio nel tubulo renale e nella parete intestinale.

–    Glut-4 E’ distribuito soprattutto nei tessuti insulino-sensibili (muscoli, adipociti).

 

Sotto l’effetto dell’insulina o della contrazione muscolare aumentano sia la sintesi di Glut-4, sia la sua traslocazione dal citoplasma alla membrana cellulare.

E’ evidente come la forma più importante è proprio il Glut-4.

E’ questo quindi il nostro riferimento.

Ci sono ulteriori importanti molecole con ruoli non seconari come  GLP-1 e GLP-2.

Sia il GLP-1 che il GLP-2 sono secreti dalle cellule intestinali. Le forme attive del GLP-1 sono: GLP-1 (7-37) e GLP-1 (7-36). Il GLP-1 è un ormone glucoregolatore che oltre a stimolare la secrezione di insulina ha anche un’azione insulino-mimetica, ha inoltre azione sull’assunzione di cibo.

Il GLP-2 agisce sulla motilità intestinale, stimola la crescita dei villi intestinali. Inoltre il GLP-2 impedisce l’ipoplasia intestinale quando si è in nutrizione parenterale. Quindi in sintesi è il GLP-1 che ha un’azione più diretta sul metabolismo del glucosio, infatti viene utilizzato nella terapia del diabete di tipo II.

vediamo come queste nozioni possono aiutarci a organizzare al meglio il pasto post work-out.

Subito dopo il work-out e per circa 20 minuti, abbiamo alti i livelli di ormoni controinsulari e basso livello di insulina, quindi in questa fase è ideale il reintegro di carboidrati ad alto indice glicemico insieme ad una limitata quantità di proteine e grassi. L’ottimale sarebbe assumerli in forma liquida al fine di velocizzarne il reintegro. E’ utile proseguire con il rifornimento di carboidrati ogni 2 ore considerando che se la “ricarica” è fatta  in maniera ottimale, ci vogliono circa 20 ore per ripristinare le scorte a livello dei tessuti e ciò è fondamentale al fine della prestazione successiva.

 

Ovviamente più ci si allontana dalla fine del work-out e più saranno indicati carboidrati con Indice Glicemico (IG) basso e cibi solidi.

Secondo Ivy et al (1988) la somministrazione di 1g di glucosio per Kg di p.c. subito dopo il work-out, nelle prime 2 ore aumenta la glicogeno sintesi fino a 6mmol/kg/h (7%) contro le 4 mmol/kg/h se la somministrazione iniziasse dopo 2 ore dalla fine del work-out.

Senza alcuna somministrazione, la velocità sarebbe inferiore a 3,2 mmol/kg/h.

Inoltre Coyle indica in circa 50-100 g la quantità di carboidrati da assumere entro i 30 minuti successivi alla fine del work-out con ulteriori apporti glucidici ogni 2 ore per un totale di 500-600g nell’arco delle 20 ore successive.

Indico inoltre altri 2 importanti lavori a riguardo:

–    Coyle, E.F. Timing and method of increased carbohydrate intake to cope whit heavy training, competition and recovery. J. Sports Sci., 9:29, 1991

–    Coyle E.F.; Coyle E.: Carbohydrates that speed recovery from training. Phys. Sportsmed., 21:111, 1993.

 

Dr. Stefano Ciaraldi

 

 

le interviste di RT : Stefano Greco, ritratto di un culturista

Quando si fa un’intervista la necessità più grande per l’intervistatore è quella di riuscire a trasmettere fedelmente non solo le parole, ma le emozioni che chi hai di fronte ha saputo trasmetterti. Nell’ora passata davanti a lui, Stefano mi ha sommerso di ricordi,emozioni. Il ricordo di un culturismo condiviso e non un cammino solitario come è per la maggior parte dei casi, oggi. Il lettore sappia che questo articolo ha l’unicità di essere stato scritto subito dopo l’intervista. Troppa l’energia e l’emozione che avevo addosso e che non volevo si perdesse nel corso dei giorni successivi. Spero che questi frammenti di storia personale fatta di cadute, vittorie importanti e sconfitte cocenti, di bilancieri piegati prima ancora dalla volontà e dal sudore e poi dai muscoli  possano emozionare voi così come hanno emozionato me. Il maestro che abbiamo in comune ci ha insegnato a trovare la soluzione e l’impegno non fuori da noi bensì dentro , scavando nel profondo, in quella che viene chiamata volontà. Che il lettore sia clemente con la storia narrata, la verità non ha il pregio di essere ne romantica ne eroica, ma profuma di vita vera.

Domanda: “Perché hai cominciato ad allenarti? Quale  motivazione ti ha spinto?”

Riposta: ” Venivo dal nuoto, successivamente la pallanuoto con relativi campionati. Mi sono cimentato anche nella lotta libera dove però soffrivo l’essere troppo leggero. Eppure mi vedevo troppo magro per come volevo essere, l’idea di me che avevo nella testa non corrispondeva a quello che vedevo allo specchio. Quasi agli albori conobbi, nel 1984 al David di Ciampino  quello che considero un padre, Ruggero di Clemente, lì  cominciò un’amicizia indissolubile che mi lega a lui tutto’ora. Ebbi la fortuna fin da subito di lavorare sui miei pregi e non sui volumi enormi di alcuni rivali. Filippo Massaroni mi consigliò di puntare su proporzioni, armonia, presentazione. “Non vince il più grosso, vince il migliore” è un pensiero che feci mio per tutta la durata della mia attività agonistica. Altra personalità per me importante fu quella di Stefano Ciaraldi,  già all’epoca mister universo. Fu lui anche a consigliarmi di puntare sulla definizione e separazione muscolare piuttosto che sui volumi. Di li a poco andammo alle selezioni del campionato europeo, dove conobbi atleti del calibro di Federico Focherini. Con Stefano Ciaraldi proseguì ad allenarmi per diversi anni, consolidando un’amicizia che ci lega tutto’ora. I miei risultati più importanti sono il secondo posto agli europei N.A.B.B.A del 2000, un secondo posto pieno di amarezza che però mi portò ad affrontare forse l’anno agonistico per me più proficuo, quello del 2001, dove vinsi sia gli europei che i mondiali N.a.b.b.a , un percorso denso di forza di volontà dove mi spinsi al limite, Con Stefano Ciaraldi al mio fianco e i consigli sempre preziosi del Prof. Massaroni. Ricordo l’allenamento per quell’anno, “le serie interrotte”. Credo che tu le conosca..

 

D: Provi nostalgia per le gare?

R: Sì mi mancano. Soprattutto dopo la vittoria dei mondiali nel 2001, l’obiettivo era il mr universo N.a.b.b.a over 40.  Era il 2009, erano passati tanti anni dalla vittoria dei Mondiali. Furono tante le peripizie che mi capitarono durante quella preparazione, compreso la sfortuna di una brutta caduta che mi causò la rottura del capo lungo del tricipite, tendine e parte del muscolo. Un gomito gonfio e mancante . Mi allenai comunque, quaranta giorni di cortisone e allenamenti ai limiti del pianto. Tutto per arrivare a quella gara, in quel teatro che fu scenario per atleti meravigliosi del passato.Ero sfinito e  non arrivai tra i primi 6.  Le gare mi mancano,mi manca quel mondo, le affiliazioni delle palestre, l’ambiente familiare,  ma ancor di più mi è mancato il lieto fine.

 

D:  quali sono le più grandi differenze tra il culturismo di allora e quello di oggi:

 

R: il mio culturismo era fatto soprattutto di rispetto, molte di quelle persone conosciute o sfidate allora sono divenuti amici o spesso dei “padri”. Oggi ci sono tanti preparatori, allenatori. Io conobbi persone che si interessavano a noi, giovani protetti e non ostentati accuditi e non spremuti e poi abbandonati. E prima del palco, la vera prova era la palestra; era lì tra bilancieri piegati e allenamenti che avvenivano le nostre quotidiane competizioni.E la vita era fuori la sala pesi.. Oggi vedo categorie nascere per accontentare tutti. Noi sputavamo sangue per raggiungere la categoria dove gareggiare..

 

D: l’amarezza più grande e la gioia maggiore che il culturismo ti ha regalato?

 

R: l’amarezza più grande fu quella di seguire un giovane promettente, che portai a vincere in competizioni importanti. Fu una vittoria matura, quella di un allenatore.  Vederlo allontanarsi da me per seguire richiami di “sirene” che gli promettevano la luna fu per me doloroso. I tempi erano cambiati, su tutto. Tra gli aneddoti più divertenti c’era quello di caricare in macchina il mio bilanciere olimpico personale per allenare le gambe…

 

D: l’allenamento che preferivi? Quello che ti ha dato risultati maggiori nel tempo?

 

R: Alla base c’era la costruzione della forza, funzionale poi per il lavoro sulle 10 ripetizioni. Nella fase iniziale della carriera preferivo allenare i muscoli almeno 2 volte a settimana. Questo poi è andato con gli anni sfumando, aumentando il riposo tra le sedute, mantenendo però una buona frequenza allenante e carichi adeguati. Chi mi stava attorno, Stefano Ciaraldi e Filippo Massaroni erano e sono avari di complimenti; il regalo migliore che mi potessero fare è stata la loro severità( oltre che la loro amicizia).

 

 

D: 3 persone per te importanti nel tuo percorso di culturista

 

R: Ruggero di Clemente, per l’amicizia e la fiducia incondizionata che mi regalò fin da quand’ero ragazzo. Stefano Ciaraldi  e Filippo Massaroni, insegnanti e maestri a cui non smetterò mai di dire grazie.

 

D: Da personal trainer affermato quali sono i tuoi consigli?

 

R: In primis il rapporto di fiducia, la costruzione di un percorso, non è a mio parere possibile esimersi dalla instaurazione di un rapporto umano, oltre la semplice e “sola “ professionalità. Aldilà del lavoro mi piacerebbe ricreare quello spirito, quella condivisione dell’allenamento, delle gioie anche fuori dalla palestra, culturismo come momento di aggregazione e non strumento di isolamento che spesso invece ritrovo negli atleti di oggi.

 

Qui termina l’intervista. E a distanza di ore se penso a Stefano non mi viene che in mente una parola, anzi due: un uomo e un culturista. Che siano fusi nella stessa persona dovrebbe essere poi il fine ultimo della nostra disciplina, troppo spesso scollata da valori invece importanti che andrebbero preservati. E mi viene l’immagine che il mio maestro racconta spesso , ovvero il paragone tra  l’altleta e Il mito greco di Sisifo, un uomo che rinuncia alla promessa di una vita ultraterrena per un bene materiale, reale, un hic et nunc  troppo importante da rifiutare. Lo immagino Stefano come il nostro Sisifo,  intento a spingere quel masso tanto pesante quanto importante da smuovere, per raggiungere la cima di una montagna rappresentante i sogni di ognuno di noi e se non la felicità, quantomeno la serenità che ogni essere umano anela. E mi piace pensare che  Stefano nonostante le sconfitte cocenti, le vittorie luminose, i tendini strappati, i muscoli e la volontà portati allo stremo,le delusioni di amici perduti,e il conforto per quelli rimasti,  abbia visto almeno per un’istante della sua vita di atleta , quel maledetto masso in un perfetto , leggerissimo

stefano e Charles Glass alla Gold’s.

equilibrio. Perdoni il lettore un certo romanticismo, ma lo sport non ha la pretesa di raccontare la realtà solo per quella che è, ma anche per come dovrebbe essere. Riscriviamo il principio di questa storia.

C’era una volta, un culturista..

 

 

 

 

le basi etiche dell’operatore professionale nel Resistance Training del Prof. Filippo Massaroni

Le basi etiche dell’operatore professionale nel Resistance Training

 

La tendenza è di una costante messa in evidenza, da parte  delle agenzie professionali che si interessano alla  scienza applicata dell’esercizio,  alle ricadute positive sulla  forma e la prevenzione riguardante la salute messa in forse dallo stile attuale di vita. Il numero di professionisti disponibili,  personal trainer e allenatori di forma e condizione  sta aumentando non solo nel numero, ma anche in preparazione, come si evince dall’aumento delle  numerose specialità all’interno del Fitness.  Purtroppo questa progressione non è controllata, perché  sia dalla parte del nostro ambito accademico che  da parte del pubblico non si riesce ad imporre ai professionisti del fitness rigorosi standard di conoscenza, pratica e/o qualificazione.  La conseguente diffusione di informazioni tangenziali  conduce a confusione e discrepanza sia nei principi fondamentali sia nell’interpretazione d’innovative scoperte scientifiche. Dotare gli studenti e gli operatori professionali  delle scienze dell’esercizio di strumenti appropriati  per trasmettere delle nozioni scientifiche per la  prescrizione e applicazione  in ambito professionale è un passo assolutamente imperativo. Promuovendo la distribuzione dei risultati delle ricerche sull’esercizio nella popolazione, possiamo cominciare a  controllare l’integrità e l’uniformità delle informazioni disponibili e facilitare la loro corretta propagazione.  Inoltre l’altra estremità dell’ampio spettro occupato dal fitness,  che comprende le punte avanzate della ricerca  del potenziamento della  prestazione sportiva è altamente specializzata, ma è anche privo di un’accurata standardizzazione. L’aspettativa  che lo sport d’élite e professionale continuerà a progredire costantemente in ampiezza favorisce le ricerche in corso  e l’affinamento di metodologie e tecnologie d’allenamento.  Questo ha messo a disposizione di specialisti del potenziamento,  allenatori del fitness e atleti fai-da-te validi principi di allenamento. Le fonti delle informazioni, o meglio l’anello di congiunzione tra queste e gli usufruitori  è il punto debole della catena. L’anello intermedio spesso è lontano dalle fonti di ricerca, o peggio, commercialmente interessato alla loro manipolazione. Spesso disposto a nascondere e non distinguere il valido dalle componenti ausiliarie, quando non fantasiose, quasi sempre  senza l’approvazione dell’indagine scientifica. Di conseguenza, il miglioramento ha preso forme aleatorie, sempre meno legato agli effetti di un buon allenamento e sempre più ad apporti esterni di diversa natura, proposti come soluzioni quando nella migliore delle ipotesi rappresentano ausili, e non sempre di chiara validità.  Solo apparentemente, un effetto collaterale positivo di crescita in queste professioni  e successivo riconoscimento tra il pubblico  garantisce una evoluzione sulla qualità del servizio nella progettazione  di validi percorsi formativi. La progettazione di un programma di allenamento efficace  è un processo complesso che coinvolge l’applicazione e la sinergia di principi scientifici stabiliti, risultati della ricerca progressiva, conoscenze classiche  e moderne pratiche professionali  per affrontare problemi, esigenze e bisogni del singolo individuo.  Se il programma è progettato per un atleta fit  “ricreativo”  alla ricerca di miglioramenti nella salute, funzionalità e forma, o per un atleta professionista alla ricerca di  vantaggi  sul campo di gioco, è necessaria una solida etica che supporti una validità nelle prescrizioni. La comunità che si riconosce in Resistance Training si identifica nell’etica che vede nella scienza dell’esercizio la propria validità. Senza nascondere ne nascondersi l’impervio percorso ostacolato da vecchie pratiche insensibili all’aggiornamento scientifico ed alla mutata richiesta della popolazione e del momento storico.

Resistance Training community

 

 

 

I primi passi del principiante: la logica del “pesante-leggero-medio” di Federico Sirna

Mai come negli ultimi anni si ha modo di assistere a un tripudio di teorie , metodi, e scuole di pensiero inerenti l’allenamento coi pesi. Invasi dalla logica imperante negli ultimi anni, quella del powerlifting, del powerbuilding et similia, l’allenamento del culturista ha ricevuto modifiche e rivisitazioni. Tutto ciò spesso, rende la vita del principiante della sala attrezzi (1-8 mesi di allenamento) confusa  e  probabilmente destinata all’insuccesso o ad una errata comprensione delle dinamiche che regolano il corretto allenamento. Facciamo un passo indietro. Tutti noi ,più o meno approfonditamente, sappiamo che l’ipertrofia è figlia di un processo, un adattamento.In tutta onestà , in linea con quelle che sono i cambiamenti biologici e biochimici necessari,l’ipetrofia è una vera e propria  Nouvelle vague cellulare, idea in potenza che diviene realtà fisica.

Scordatevi il concetto di una crescita a breve o medio termine. La logica cellulare non vi seguirà. Se è vero che la natura prima di essere comandata deve essere obbedita, accettate l’idea di far qualcosa oggi, per avere un riscontro molto tempo dopo. L’ipertrofia è quel “dopo”.  Un dopo peraltro non perfettamente periodizzabile ne prevedibile.

Se è vero che l’ipetrofia non è una  qualità motoria,vestirla delle stesse logiche che regolano un allenamento di forza o potenza  non ci porterà al miglior risultato possibile. Quindi non periodizzare l’allenamento ,bensì gestire lo stress accumulatosi nel corso del tempo  e gestirlo nel migliore dei modi, questo è il fine ultimo della nostra organizzazione.

Alla base di questa “gestione” vi è la singola U.A (unità di allenamento), meglio ancora il singolo Microciclo(generalemente corrispondente alla settimana ).  Allenamento e recupero quindi,stimolo e ristoro.

Da qui la logica del Pesante-leggero-medio. Tale metodica può essere confusa con il lavoro di forza tipico alla bill starr o con una logica della alternanza dei carichi tipica del powerlifting.

Qui l’alternanza ha invece una triplice funzione: stimolante(testante)-ristoratoria(recupero attivo)-estensiva(potenziamento e trasformazione della seduta pesante). Parametro importante è inoltre ‘alternare esercizi multiarticolari nella U.A pesante,con alti livelli di stress sistemico,a sedute leggere e medie con alti livelli di stress locale sul muscolo bersaglio ma con stress sistemico inferiore(notare immagine sotto)

 

 

Nella seduta pesante abbiamo quindi l’obiettivo di alzare l’intensità tramite i kili caricati sul bilanciere e\o macchine; obiettivo della seduta è anche quello di testare i livelli di forza che dovranno,almeno nel principiante seguire una crescita e progressione lineare per i primi mesi. Eventuali stalli protratti per più due microcicli potranno essere aggirati con l’inserimento di un intero microciclo rigenerativo per poi tornare a alla nostra normale routine con carichi lievementi abbassati.

La seduta leggera ha lo scopo principale di estenedere e e coadiuvare i processi di recupero del nostro organismo.L’intensità è per forza di cose bassa: sia nella % utilizzata nel carico sia, sia negli esercizi utilizzati( monoarticolari sono meno tassanti sul nostro istema nervoso e sulle strutture ergo sui sistemi di recupero in generale rispetto ai grandi esercizi multiarticolari).Sarà premura dell’atleta del suo allenatore rimanere almeno in questa seduta ben lontano dalle serie a sfinimento (frm). Riuscirete a resistere alla logica del guerriero solo contro tutti,nella pioggia scrosciante dinanzi alla gola delle Termopili in attesa del barbaro persiano,almeno per questo allenamento? Confidiamo sul vostro buonsenso.

La seduta media ha invece lo scopo primario di trasferire il lavoro della seduta pesante,le ripetizioni lievemente più alte e l’inserimento di alcune serie a sfinimento,garantiranno una maggiore intensità.Questa logica segue l’idea che l’allenamento ricerchi adattamenti a lungo termine. Nell’immagine seguente notiamo come la variazione delle ripetizioni effettuate su quelle effettuabili alza o abbassa sistematicamente i livelli di intensità.

 

 

Vediamo qui di seguito un semplice esempio di microcicli e mesocicli

Abbiamo visto come anche nel principiante organizzare la fatica e gestire il susseguirsi delle singole sedute di allenamento è essenziale per ottimizzare i progressi. Lasciamo il successo frutto della casualità o del mero caso fuori dalla porta. I muscoli ringrazieranno,i vostri clienti pure.

bibliografia

F. Massaroni: resistance training,guida alla teoria e alla pratica

Matveyev:perioditaton model,1977

Dr. Atko Viru,types of microcycles in training,SportlikTreening 1977.

NEL SEGNO DELLE CROCI!

NEL SEGNO DELLE CROCI

dott. Elpidio Amoroso – Laureato in Scienze Motorie-  (ex campione Italiano H\P, e altre cose che a voi ve ne può fregare di meno, o almeno credo).

(il titolo di studio si poteva anche omettere, come ho fatto le altre volte.  Ho voluto inserirlo perché, come me,  gli addetti ai lavori nel Resistance Training  in generale, sono oggetto di polemiche. Hai la laurea? Non serve. Non ce l’hai? Non sei nessuno.  Capite perché? ) 

 “Oggi è facile prendere la laurea”.  Disse colui che non l’hai mai conseguita .

 

La croce del Web. 

Tra noi amministratori di questo blog ci siamo chiesti più volte quale fosse il target dei nostri articoli, quali fossero i coraggiosi lettori che ci seguono. Era una domanda indispensabile, almeno per formulare paragrafi dai contenuti digeribili, contestabili, orripilanti, o tutt’altro piacevoli e stimolanti.  Col tempo (non troppo a dire il vero) questa domanda è sfumata per il semplice fatto che non siamo stati capaci di individuare una risposta. Questa considerazione sembra una colpa, ma in realtà non lo è. Perché? Perché non c’è niente di più bello che formulare domande a se stessi e rispondere agli altri con la libertà di scrivere e con altrettanta individuale scelta di leggere o passare oltre. ResistanceTraining è stato concepito per modellare riflessioni di carattere scientifico ma non è scienza, non è ricerca, non è accademia, né università, né nozionismo. Che tu sia un praticante curioso, uno studente, un blogger, un troller, un amico.. Sei sempre il benvenuto qui.

In modo particolare quando ci si riferisce al mondo dei pesi con specifica attenzione al bodybuilding, cultura fisica,  praticanti medi e via discorrendo (in RT l’abbiamo chiamato Forma) , il carattere scientifico è sempre precario. Dev’essere presente ma non invadente, osservante ma non protagonista. Ma come? Tutto un casino per essere scientifici e poi non va più bene niente? No. Non è fondamentale essere scientifici. Siamo in palestra, non siamo all’università.   Siamo per caso alla lotta tra le investiture? Guelfi o Ghibellini?  Scienza e Pratica, Teoria e Pratica, Libri e Pesi. Esperienza. Come al solito la nostra visione la cerchiamo nella profondità del problema. I fattori sono troppi per scandire forme preconfezionate e la soluzione migliore semplicemente non esiste. Se non tra le più svariate  esperienze di “praticoneria”, tra gli studi personali e, perché no, tra le abitudini del popolo da palestra.

Se parlassimo di allenamento per l’ipertrofia (termine poco affine, meglio chiamarla massa muscolare; per tanti motivi che non elencherò per ora) dei muscoli pettorali? Se parlassimo delle croci con manubri su panca? Se mi mettessi nei panni del lettore, smetterei di leggere al primo periodo. Tuttavia si può parlare ancora di esercizio, dipende come lo si fa. Voglio provarci ancora. Con molto coraggio, prenderò in considerazione ciò che succede nel “segno delle croci” per allenare i pettorali.

Tralasciando le bacchettate a chi sbaglia, e la caccia alle streghe, trovo che, se si fa un esercizio per sviluppare la massa muscolare, lo si debba comprendere con piccole (prometto, sono poche) riflessioni pratiche ma anche biomeccaniche… ecco, mi è scappata!

MA COME SI FANNO LE CROCI?

Da sempre, l’esercizio in questione è assegnato come un validissimo complementare dall’azione “prevalentemente” monoarticolare. Un fattore decisivo per la comprensione e per l’attribuirgli positività.  Da questo esercizio,  l’esecutore si aspetta un maggiore componente stressoria a carico della contrazione eccentrica, decantandone a destra e a manca le peculiarità positive persino per i fattori di crescita di proliferazione plastica. Il binomio iperplasia-MGF-1 suscita sempre il condizionamento che ricorda  il cagnolino di Pavlov che alla vista della bistecca, produceva enzimi salivari a profusione! Non ho voglia, né competenze, per parlare di biochimica avanzata delle stemm-cell. Certamente la contrazione eccentrica è quella di estremo interesse e rimanda subito il pensiero ad esecuzioni profonde nel ROM, stressanti e proficue dai DOMS strappalacrime. Il problema è subito evidente: le caratteristiche morfologiche per fare le croci sono fondamentali, ma più di com’è fatta un’articolazione, dovremmo soffermarci su come “funziona”. Balza subito la riflessione che chi possiede un moncone della spalla anteposto (che noia ☺) , avrà una funzionalità articolare quantomeno da indagare. Si ritorna alla scelta dell’esercizio come attivatore di una catena motoria.  Fareste fare le croci ad uno che non ha mobilità articolare? Ma certo che no! Lo sapevamo tutti! (Allora, ho perso solo tempo allora a scrivere).

Le insidie si nascondono nelle cose più ovvie.

Tutt’altro, un soggetto che possiede normale\sufficiente funzionalità articolare (vedi qui:   http://www.resistancetraining.it/larticolazione-della-spalla/ ) potrebbe commettere degli errori pensando di creare stress eccentrico maggiore, confondendolo con riflessi artrocinetici (da non confondere con miotatico inverso) di dominanza nocicettiva (termine abusato dagli scienziati dei motori umani, traducibile come doloroso). Le croci stirano quindi? Certo. Dipende da come le fai, dalla tua funzionalità articolare (attività sinergica degli stabilizzatori, stiffness e fluidità capsulare).

Resta comunque da indagare l’effetto traumatico che, se diretto verso  altre strutture (connettivo, capsula, legamenti..) con una frequenza più elevata del solito, è tutt’altro che ipertrofico. Nel nostro settore si vedono i due  estremi:  quelli del full-ROM a tutti i costi (pericoloso? Forse sì), e i “risparmiatori di lavoro” che si fermano a 20 cm in meno dal massimo range (giusto? No, quasi inutile). Tuttavia lo stimolo eccentrico, cercato in miglior modo con le spinte certe volte, è da pianificare per bene altrimenti facciamo solo credo, solo fede. La fede è violenza e, la violenza,  la infliggiamo autonomamente se siamo presi troppo  dal No Pain, No Gain.

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Per essere pignoli, ritornando alle caratteristiche monoarticolari dell’esercizio, c’è da smentire questo assunto. Le articolazioni impegnate sono 5.  Poi vedremo che per una croce realmente allenante sono 6. Se muovi il polso sono 7 e forse me ne perdo qualcuna.

Il braccio di leva (maledette leve!) maggiore aumenta molto velocemente e costringe per stabilizzare la spalla a una rigidità della sterno clavicolare. Nei movimenti a catena aperta, le articolazioni più a monte s’irrigidiscono per stabilizzare e dare una base solida all’estremo mobile. In questo caso sterno-clavicolare e scapolo-omerale Questo aspetto “difensivo” dell’articolazione non permette l’estensione dell’omero che si potrebbe ottenere con le spinte o perché no, con una croce a full-ROM ma con mobilità articolare da Terminator!

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La retro-posizione del moncone della spalla favorisce l’estensione dell’omero e l’adeguato allungamento nella fase eccentrica del grande pettorale.  Inoltre il braccio di leva realizzato tra la resistenza e le linee di forza del pettorale, è ridotto rispetto alla figura a destra .

Nonostante l’ottima mobilità articolare del soggetto in foto, l’estensione dell’omero è inferiore rispetto alla figura a sinistra. Il braccio di leva invece è più elevato. Questa è la ragione per la quale a parità di R, rispetto alle spinte , c’è maggiore forza da applicare.

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In caso di inadeguata funzionalità articolare – per esempio in alcuni paramorfismi – la  linea di forza del pettorale passa sotto il centro di rotazione della gleno-omerale  spingendo la testa dell’omero in fuori che invece  dovrebbe essere  tenuta a contatto con la cavità glenoidea . L’esecuzione dell’esercizio che appare a destra, dà l’impressione che in fase concentrica il soggetto in foto faccia funzionare anche il gomito. E’ impensabile quindi non coinvolgere quest’articolazione per ottenere uno stress eccentrico tanto ricercato. Verrebbe da pensare che si tratti di un ibrido tra croci e spinte. Tanto vale fare le spinte, usi più peso, più U.M. Ops….. mi è scappata anche questa. Bene, ci sono tante varianti che hanno un’applicazione più ragionevole. Ciao Ciao!

 

The Dark Side of The …..Plank

THE DARK SIDE OF THE…….. PLANK

di Elpidio Amoroso RT Coach 

 

 

Proverò, malgrado la difficoltà, ad esprimere più di un’opinione sull’argomento maggiormente discusso (forse anche troppo) del fitness post-moderno: il functional training, annettendo tutti gli pseudonimi a cui siamo dovuti ricorrere necessariamente.  La confusione è tanta, ma anche questo già è stato detto, tant’è vero che la moda del momento è quella di fare  critica alla critica. Insomma una tempesta di contraddizioni dalla quale non è facile uscirne.

Girovagando nel mondo virtuale, sono innumerevoli le proposte di allenamento funzionale “illustrate” da “illustri” allenatori. Se c’è un mestiere più semplice da inventare,  è proprio quello del personal trainer. La difficoltà rimane quella di essere veri e propri professionisti. Inoltre,  le invenzioni,  tralasciando Archimede Pitagorico da Paperopoli , se subordinate ad eccesso di estro e fantasia, possono creare disastri. Tra  le professioni esistenti al mondo, quella dell’allenatore\istruttore\personal trainer\ coach è una tra le più esposte ad interagire col corpo umano altrui.  Senza metterci a differenziare l’aspetto tecnico-sportivo da quello emotivo e relazionale, si intuisce che il lavoro da svolgere non è affatto semplice.  Non resta alcun dubbio sulla responsabilità del professionista di turno e non c’è spazio per improvvisati e blogger di successo ma in cerca di lavoro.  Già sono noti, anche attraverso questo sito, i lavori dove si evidenziano,  tra ilarità e riflessioni tecniche, le conseguenze negative di allenamenti stilati seguendo la felice e florida stella della moda del momento.

Una visione modaiola, nonostante l’entusiasmo, non basta.  Non ho detto che è sbagliata o che fa schifo. Semplicemente non è sufficiente, se non affiancata minimamente ad un approccio scientifico. Basterebbe riflettere su poche nozioni di anatomia funzionale per capire che le cose più in voga nascondono delle insidie o degli errori che sottraggono tempo e tal volta salute ai malcapitati esecutori.  Le rappresentazioni scenografiche dell’allenamento sono spesso intrise da cose inutilmente complesse, adescate a fronte di una semplicità sempre in via di estinzione. Sono comprensibili solo le evoluzioni scientifiche di forte rilevanza, ma per il resto, la storia del corpo umano con le scienze correlate (biomeccanica, cinesiologia, in primis) sono invariate da non poche migliaia di anni.

Il lato oscuro delle competenze.

In realtà, ciò che realizziamo nel side-plank, per esempio,  tra la T12-L1, o ancora nell’articolazione scapolo-toracica, e per finire nella reazione vincolare di un corpo, lo dovremmo sapere da tempo. Purtroppo queste prerogative sono molto importanti quando il suddetto esercizio viene eseguito nella modalità “dinamica”, auspicando un ipotetico coinvolgimento della muscolatura del tronco senza conoscerne la funzione.  Certo, il movimento da qualche motore sarà generato, ma a che scopo? Per la riduzione del tessuto adiposo? Per allenare il Core? Ci sono forti dubbi sull’efficacia su queste ultime considerazioni.

Ah sì certo, gli obliqui-!

– No, hanno altre funzioni-

Ah, allora il trasverso!

-No, ritenta. E’ attivo maggiormente nella dinamica respiratoria.-

Si potrebbe pensare che il primer fosse il quadrato dei lombi, ma come gli altri, è attivo anche in più condizioni, per esempio nella espirazione forzata. Potremmo indagare ancora ma la “funzione” è più complessa, perché in sinergia con strutture che si contraggono univocamente.  Si potrebbe scomodare persino l’elettromiografia di superficie con strumentazioni adeguate, col rischio di non trarre conclusioni valide. Escludere, sostituire modificare o assegnare questo esercizio per altri obiettivi, sarebbero già un passo avanti, poiché i muscoli scelti come target hanno tutti una funzione più specifica e si attivano solo in minima parte durante questo esercizio.

 

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La leva in evidenza nel side-plank “dinamico” è quella che ha come fulcro i processi vertebrali quasi vicini a T12-L1 e, come bracci, le distanze dal centro di rotazione fino ai vincoli a terra che sono rispettivamente il gomito (braccio di resistenza) e il piede (braccio di potenza). Tutto sembra ricordare una leva di 1° genere , ma come dire: “Se Napoleone non fosse morto, sarebbe ancora in vita”. Ritornando all’esercizio, quale muscolo si contrae quando è applicata quella coppia di forze?  Che succede quando si pongono quei vincoli a terra (per i più precisi: la tuberosità del 5° osso metatarsale e il gomito)? Soprattutto, c’è momento? O meglio deve esserci? Certamente individueremo come attivi tutti quei muscoli già elencati sopra, in altre parole quelli che si oppongono alla gravità della struttura a ponte creata tra gomito e piede. Sì, ma per quale scopo? Ed ecco il circolo improduttivo dell’antipatica domanda: a che serve? A cosa è funzionale?  (Questa è più gradita).

Seguendo un ordine prossimale, la prima articolazione è quella della caviglia, pertanto la tensione isometrica dei tibiali (peroneo lungo e breve maggiormente) è la “stazione” più vicina alla potenza. Tralasciando le accademiche e noiose nozioni di chinesiologia (reperibili su qualsiasi testo), si deve pur giungere a una conclusione.

La condizione più importante in questa modalità esecutiva, analogamente alla versione statica, è la contrazione dei muscoli dell’anca.  Non sarebbe corretto in questo caso parlare di lavoro, poiché manca lo spostamento. I muscoli che stabiliscono l’anca entrano fortemente in gioco prima di tutto come stabilizzatori della testa del femore nella fossa acetabolare, per esempio  il tensore della fascia lata e il medio gluteo (attivo nella posizione monopodalica anche in stazione eretta, contro gravità) o altri muscoli che sono persino adduttori e flessori di questa articolazione. Ritornando agli abduttori (tensore della fascia lata in sinergia al medio gluteo), in altri movimenti, sono in grado di spostare (abdurre) la gamba lateralmente a livello dell’anca. Quest’ultima, è l‘azione muscolare che si aggiunge a quella di stabilizzatori e che impedisce all’articolazione coxo-femorale (controlaterale) di collassare quando il piede entra in contatto (monopodalico) col suolo; il cosiddetto foot strike.  Ad esempio, quando il peso è supportato dalla gamba sinistra nella reazione vincolare del piede, i muscoli abduttori agiscono sull’anca sinistra per evitare che la stessa articolazione controlaterale possa collassare verso il basso.  In definitiva, la funzione esplicata è quella di equilibrio del bacino per noi individui bipedi.  In altre parole, nelle azioni monopodaliche, questi stabilizzatori si accollano la funzione di badare a tutto il bacino, non solo all’emilato più vicino al suolo.

I benefici del side-plank dinamico non esistono. Quelli della versione statica sono da attribuire principalmente al miglioramento della funzione degli stabilizzatori dell’anca e del bacino.  Mi dispiace deludere coloro i quali credevano di ridurre il girovita con quest’esercizio.

SIDE PLANK nella versione “dinamica” = KO

SIDE PLANK (nella versione statica, come obbiettivo il miglioramento degli stabilizzatori dell’anca e alcuni muscoli del CORE ) = OK ,ma si può fare di meglio.

 

E’ pericoloso per la spalla?

Potrebbe esserlo, ma bisogna essere anche molto pessimisti!  Certo che, partendo dal soggetto, solo dopo si scelgono le varianti di plank più adatte (personalizzazione). In ogni caso, lo stress sulla spalla è maggiormente diretto sull’articolazione scapolo-toracica che è la più sollecitata e per questo la più evoluta per la stabilità, diversamente dalla scapolo-omerale. Inoltre, in un programma valido di RT , si devono essere elementi di sicurezza e prevenzione con esercizi appropriati di mobilità e funzionalità articolare, partendo anche da semplici esercizi di trazione multiplanari, ma non è il momento. Inoltre,  sarebbe troppo specifico parlare di plank e basta, in effetti si dovrebbe formulare un ragionamento più complesso, di espressione globale del CORE, sul quale, recentemente, si oppongono le teorie di Gray Cook (filantropo di McGill) Micheal Boyle e Paul Chek, in disaccordo sulla tecnica dell’ingabbiare (traducendo: coattivazione simultanea del trasverso). Se esco vivo da questa biblioteca, si potrebbe fare un articolo per i sostenitori di www.Resistancetraning.it

A chi assegnare questo esercizio?

Dopo aver fissato l’obiettivo e la corretta modalità esecutiva, l’esercizio può essere consigliato a soggetti decentemente condizionati con almeno 6 mesi di pregresso motorio e con una sufficiente efficienza del CORE. Per l’utente che vuole migliorare la condizione e beneficiare della stabilità dell’anca, può essere molto utile, soprattutto se pratica sport che ricalcano il modello di prestazione con enfasi monopodlica (calciatori, cestisti ma anche podisti a tutti i livelli). Diversamente, se l’obiettivo è la forma, ovvero la riduzione del grasso corporeo localizzato, allora lasciate perdere questo articolo con tutto l’esercizio. Tra le variabili indipendenti, quella dell’età rappresenta un limite fondamentale. Un suggerimento  che spiega come tale esercizio non è consigliabile a soggetti sedentari non allenati o principianti che si avviano a passare i 45\50 anni. La causa è quella messa in evidenza dal carico sulla spina, col rischio di favorire il mal di schiena piuttosto che prevenirlo. La versione in posizione prona è sicuramente la soluzione da preferire. La scelta dell’esercizio è sempre la questione cruciale. La ratio che giustifica l’assegnazione è spesso radicata nella moda del momento.  Dev’essere studiata, piuttosto,  l’attivazione della catena motoria, identificare l’obiettivo da raggiungere ma soprattutto valutare i requisiti per eseguire l’esercizio.

In definitiva, la fuga è ancora la via alternativa alla lotta. Per sopravvivere all’incompetenza, fuggite dai PT o presunti tali che vi consigliano una versione errata di questo esercizio. Alla fine l’incompetente si estinguerà.

 

Bibliografia.

Di tutto, un po’.